Dove eravamo rimasti? Ah già, qui è dove cerco di rendere chiara e godibile una lettura che non ha le sembianze del rotocalco gossipparo (mettere le mani avanti dovrebbe diventare una specialità olimpica). Quindi dopo aver incontrato il sistema gustativo, è ora la volta di affrontare quello somatosensoriale: applausi per le consistenze corpose, calde e avvolgenti di un Barley Wine, le croccantezze libidinose di un fritto di paranza, la carbonazione sostenuta di una Oud Gueuze… quello che in gergo (erroneamente) chiamiamo tatto. Sto per chiudere il cerchio dell’esperienza multisensoriale per eccellenza (l’assaggio), o meglio degli aspetti fisiologici che lo riguardano. Ci siamo infatti concentrati su questo, cioè sul catalogare gli stimoli sensoriali in funzione dell’organo di senso con cui interagiscono, perché in fondo è ciò che ci è più utile per interpretare e descrivere la complessità sensoriale spremuta in una pinta. Tuttavia manca all’appello una parte altrettanto importante, quella che mette in luce alcuni aspetti attinenti alla psicologia dell’assaggio e al luogo dove tutto acquista compiutezza: il cervello. Vi anticipo sin d’ora che per affrontare questo argomento ospiteremo il contributo di Thimus, italianissima realtà che si occupa (semplifico) di neuroscienze applicate.
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