Vermont Ipa, o dell’imbarazzante tentativo di definire un nuovo stile birrario

Qualche settimana fa, durante uno dei miei consueti giri per i pub romani, mi è capitato di bere la Heady Topper del birrificio americano Alchemist, che Michele (un appassionato e homebrewer romano) aveva riportato direttamente dal Vermont. L’assaggio mi ha letteralmente folgorato, facendomi conoscere una birra che – me culpa! – ancora non conoscevo, ma che è considerata una delle migliori Imperial Ipa del mondo. È con questa premessa che recentemente sono stato attratto da un articolo pubblicato sul sito The New School dove si analizzano le caratteristiche di un presunto nuovo stile birrario: quello delle New England/Vermont Ipa. Una sottofamiglia cioè delle American Ipa, che si differenzia per alcune peculiarità più o meno evidenti e nella quale rientrerebbe anche la suddetta Heady Topper.

Come si può leggere nell’articolo citato, recentemente in Vermont e in gran parte del New England si è affacciata sul mercato una nuova tipologia di American Ipa, contraddistinta da succulente note agrumate, intenso aroma di luppolo, amaro contenuto e, soprattutto, un aspetto piuttosto opalescente. A bene vedere però sono caratteri abbastanza vaghi e che si possono ritrovare in altre tipologie già esistenti. In effetti i dubbi sull’opportunità di definire questo trend un nuovo stile birrario sono molti, al punto che tutta la discussione sarebbe più appannaggio dei beer geeks e dell’informazione birraria che dei birrifici. In altre parole, i birrai di Vermont e New England all’inizio neanche si erano posti il problema e hanno cominciato a partecipare al dibattito solo quando sono stati chiamati a farlo.

Ma sono gli stessi birrai a muovere dubbi sull’intera questione. Ad esempio, come riportato dal sito Eater, la posizione del birraio di The Alchemist John Kimmich è piuttosto netta:

Ci sono persone nella scena del Vermont che stanno spingendo l’idea di definire le Ipa locali come un nuovo stile birrario, ma io non sono tra questi. Personalmente trovo che sia un po’ arrogante sostenere che facciamo qualcosa di così differente da meritarsi una categoria a parte.

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Storia finita qui? Neanche per sogno. Nella rincorsa spasmodica alla novità che caratterizza il movimento birrario internazionale, è dura abbandonare l’idea di poter codificare uno stile completamente inedito. Sebbene poi questo atteggiamento finisca per minare la credibilità di certe mode, come quella americana delle India Pale Ale. Questa tipologia ha trovato negli Stati Uniti la sua rinascita ed è stata reinterpretata seguendo i gusti dei consumatori locali. Poi però si è passato il segno, tendendo a “ipaizzare” qualsiasi cosa: abbiamo assistito all’avvento delle Black Ipa, delle White Ipa, delle Red Ipa, delle Rye Ipa e via dicendo. Lo stesso BJCP è caduto in questa trappola e nella sua ultima edizione delle Style Guidelines ha ampliato in maniera eccessiva la famiglia delle American Ipa.

Nel tentativo di cercare un elemento distintivo per le New England/Vermont Ipa, l’opinione pubblica ha cominciato a concentrarsi sul lievito e sull’aspetto opalescente di queste birre. Ma il presupposto sembra assolutamente forzato se lo stesso Kimmich afferma che il responsabile non è il lievito:

Le nostre birre sono velate a causa del malto inglese utilizzato e della tecnica di luppolatura che ho sviluppato negli ultimi venti anni. Come altre birre, col tempo può diventare completamente cristallina.

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Ciononostante intorno al lievito di The Alchemist si sta creando un’aura leggendaria, al punto che alcuni homebrewer (nonché alcuni birrai professionisti) stanno recuperando il lievito dalle lattine di Heady Topper per riutilizzarlo nelle loro ricette. E questo sebbene l’idea che l’opalescenza sia legata al lievito sia stata confutata anche da altri birrai indicati come pionieri del nuovo stile, primo fra tutti Shaun Hill del birrificio Hill Farmstead.

D’altro canto cercare solo nell’opalescenza la chiave per definire un nuovo stile è decisamente inopportuno, perché è una condizione del tutto insufficiente. Sembra un approccio molto infantile per sostenere una teoria – quella cioè di un nuovo stile – che non trova abbastanza conferme per essere accettata. Qualsiasi birra che non subisce determinate soluzioni produttive (spesso legate all’industria) presenta alla vista un minimo di velatura: sostenere che questa caratteristica è alla base delle Vermont Ipa è come affermare che le Pils si distinguono dagli altri stili per essere liquide.

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Il dibattito quindi è destinato probabilmente a morire in tempi brevi, ma nel frattempo dimostra come le chiacchiere che si alimentano nell’ambiente talvolta producono dei veri e propri mostri concettuali. È una delle conseguenze del successo della birra artigianale e quindi dobbiamo conviverci, o almeno ignorarle mentre ci godiamo la nostra bella birra. Se poi è una meravigliosa Heady Topper meglio ancora!

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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