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Cambia la definizione di “craft beer”: dentro birre al THC, sakè e tè fermentati

Come ormai saprete in Italia esiste una legge sulla birra artigianale, che ne stabilisce i confini sulla base di vari criteri. Negli Stati Uniti è in vigore qualcosa di simile: una definizione per certi versi analoga, espressione però non della legge federale ma della Brewers Association, organismo che riunisce i produttori di birra. Poiché è l’associazione a decidere cosa è craft e cosa no, può effettuare modifiche e correzioni in maniera snella, senza dover passare attraverso la burocrazia o la politica. Non è un caso che la definizione americana sia stata modificata già tre volte dalla sua nascita (2007), più che altro per assecondare i cambiamenti di un mercato in continua evoluzione. In questi giorni si è diffusa la notizia secondo cui è in atto una nuova revisione, con importanti ripercussioni sul concetto stesso di “craft beer”.

Come riportato da Brewbound, martedì scorso il presidente della Brewers Association Eric Wallace (fondatore di Left Hand) ha inviato una comunicazione a tutti i birrifici membri spiegando che è in corso una rivisitazione di uno dei tre pilastri sui quali poggia la definizione. Secondo l’associazione un birrificio può essere considerato craft se la sua produzione annua non supera un certo limite (fissato a 6 milioni di barili), se conserva la sua indipendenza (una parte delle quote può essere controllata da un produttore non artigianale, purché si mantenga sotto il 25%) e se si qualifica come “tradizionale“. Sarà proprio quest’ultimo criterio a subire le modifiche a cui abbiamo accennato.

La prima rivisitazione della definizione avvenne nel 2010 e riguardò esclusivamente il tetto massimo produttivo, che passò dai due milioni di barili agli attuali sei (circa 7 milioni di ettolitri). Nuovi cambiamenti furono introdotti nel 2014, i più importanti dei quali si focalizzarono esattamente sul concetto di “tradizionale”. All’epoca infatti questo criterio ruotava intorno all’idea di birra prodotta con il 100% di malto, escludendo antiche aziende familiari che, proprio per tradizione, realizzavano in buona fede birre con succedanei come il mais. Poi il comma fu completamente riscritto, diventando più inclusivo e placando l’ira dei birrifici rimasti fuori. Ora, a distanza di alcuni anni, è ancora questa parte della definizione a essere rivista.

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L’obiettivo è di includere nel concetto di birra craft prodotti non tradizionali, come sidri, hard seltzer (bevande considerabili alla stregua di acque frizzanti alcoliche e aromatizzate) e birre a base di THC o CDB. Tutte fattispecie con cui si stanno confrontando moltissimi birrifici craft americani, nel tentativo di offrire alternative alla classica birra. La decisione è arrivata dopo che la Brewers Association ha somministrato un questionario a 1.000 birrifici membri, da cui è emerso che quasi la metà degli intervistati già si sta confrontando con prodotti del genere. È stato lo stesso Wallace a spiegare questo fenomeno:

Ciò che abbiamo compreso dal questionario è che quasi la metà dei nostri associati sta già realizzando prodotti che disattendono il criterio di “produzione tradizionale” previsto dalla Brewers Association – e oltre la metà ha espresso l’intenzione di farlo nel prossimo futuro. Parliamo di sidri, idromele o altri prodotti tassati come birra (hard seltzer, bevande alcoliche aromatizzate, sakè, tè fermentato, ecc.). Quasi la metà degli intervistati ha dichiarato che prenderebbe in considerazione la produzione di birre contenenti CBD o THC nel caso in cui le norme ad esse relative cambiassero.

Modificando la definizione diventiamo più inclusivi nei confronti delle necessità dei nostri associati.

La scelta della Brewers Association è destinata a rinfocolare le polemiche, così come l’ultima affermazione di Eric Wallace. Ci si chiede infatti se sia più giusto che una definizione del genere detti le regole del mercato oppure se, come in questo caso, debba seguire le evoluzioni del settore. A ogni modo è normale chiedersi cosa abbiano a che fare con la birra bevande che si allontano da essa a livello concettuale o che possiedono una loro precisa identità, come il sakè o il kombucha. Molti birrifici si stanno orientando verso certe creazioni perché il mercato della “birra tradizionale” non è più così roseo come in passato: l’esempio più clamoroso proviene da Boston Beer Co. (quelli del brand Samuel Adams), la cui crescita quest’anno non è derivata dalla vendita di birra, ma da quella di hard seltzer, sidri e tè alcolici.

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Il problema è che le nuove modifiche alla definizione di “craft beer” possono apparire come una resa nei confronti delle evoluzioni del mercato: sembra quasi che la Brewers Association voglia ufficializzare la crisi dell’industria birraria cercando di includere prodotti di natura completamente diversa. Improvvisamente è come se la preoccupazione dell’associazione non sia più quella di tutelare la birra craft e i suoi produttori, ma di mantenere numeri in salute “drogando” la sua famosa definizione. Qualcuno potrebbe obiettare che le modifiche apportate in passato perseguivano esattamente la stessa finalità, ma è pur vero che la birra era sempre rimasta al centro delle varie argomentazioni. Mai la Brewers Association era arrivata a oltrepassare i confini della bevanda pur di difendere la sua posizione.

Come valutate questo cambiamento? È un previdente aggiornamento della definizione per seguire le evoluzioni del settore o la preoccupante dimostrazione che qualcosa si è rotto nel mercato americano della birra craft?

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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1 commento

  1. In linea di principio è positivo che si estendano le tutele anche a nuovi rami d’azienda, poi che questi si occupino di produrre porcate strane è un altro conto. Il sakè è una bevanda nobilissima, magari per noi è esotica ma molti appassionati di birra si interessano anche di esso.
    Non vedrei male comunque una estensione anche in italia per eventuali produttori di Sidro e Idromele.

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