Con tutto il sentir parlare di Palestina, per motivi ben meno frivoli di quelli che stiamo per trattare, quantomeno sorprende associare questo nome alla birra: rarità assoluta, in quanto bevanda alcolica, in un’area a prevalenza musulmana. Ma la birra accompagna l’umanità dalla notte dei tempi, raccontando storie che a volte si affermano, a volte vengono cancellate, a volte fanno il giro del mondo e a sorpresa tornano protagoniste. In questo caso, la storia è quella di Taybeh: birrificio della Cisgiordania, pioniere e (quasi) unico nel suo genere.
La nascita del primo birrificio in Medio Oriente
Il birrificio prende il nome dalla cittadina di Taybeh: 35 chilometri a nord di Gerusalemme, circa 1.300 abitanti, nonché unico centro abitato palestinese interamente cristiano. Ma che non si salti a conclusioni: la birra Taybeh non si barrica tra le sue “mura” cristiane isolandosi dal circondario islamico. Bensì, come vedremo, rappresenta un esempio di inclusività probabilmente senza eguali.
Partiamo dall’inizio. Siamo nei primi anni ’80 e Nadim Khoury è il figlio di una famiglia di Taybeh trasferitasi nel Massachusets, Stati Uniti. Nella sua stanza al college si diletta a produrre birra, passione che porta con sé ogni estate quando torna in Palestina col padre.
Dopo gli Accordi di Oslo (1993), che danno vita all’Autorità Nazionale Palestinese, Nadim
rimpatria e, caldeggiato dal padre, col fratello David apre accanto a casa loro quello che sarebbe diventato il primo birrificio del Medio Oriente.
Ambizioni, ostacoli e traguardi
È inutile rimarcare quanto ambizioso (o meglio folle) sia questa iniziativa, tant’è che
nessuna banca locale vuole concedere il prestito richiesto. Ma il progetto trova un fautore d’eccezione: Yasser Arafat, figura di spicco della Palestina, di cui sarebbe diventato presidente. I Khoury lo incontrano in Tunisia dove è in esilio, ricevendo da lui un riscontro favorevole alla presenza di un produttore locale con cui rendere meno necessari i commerci con Israele. C’è infatti da dire che, in quel periodo, la birra non è introvabile per coloro il cui credo permette di berla, ma è limitata a una manciata di prodotti industriali. La birra della famiglia Khoury, artigianale e fedele all’Editto della Purezza, rappresenta quindi una ventata d’aria fresca e innovativa (anche in Israele, dov’è venduta fino a prima della Seconda Intifada).
Le sfide però sono solo all’inizio. Una tra queste è il bisogno di divulgare una nuova cultura birraria in tempi assolutamente pionieristici, anche per la stessa Europa. Poi naturalmente ci sono i conflitti locali che a intermittenza si fanno più o meno pressanti e – per concederci un eufemismo – rendono tutto più complicato.
Nadim ha fondato il birrificio con lungimiranza visionaria, nonostante i dossi fin qui narrati non fossero per lui un segreto. Sperava che l’attività poteva essere un lascito alla sua famiglia, e infatti l’attuale gestione è in mano alla figlia Madees: presenza stabile nel birrificio fin dalla tenera età prima che diventasse la prima (e probabilmente l’unica) mastra birraia in tutto il Medio Oriente.
La birra palestinese nel mondo
Quella di Madees è solo una delle ultime rivoluzioni di casa Khoury. Da questo salto temporale bisogna fare qualche passo indietro e raccontare altre pietre miliari che vedono Taybeh (birrificio e città) protagonisti.
Innanzitutto c’è l’esportazione che, nonostante i vincoli burocratici (chiamiamoli così) di un paese come la Palestina, dal 1997 tocca alcuni paesi europei, per raggiungere in anni più recenti Giappone, Cile, Stati Uniti e Giordania. Per trovarla dalle nostre parti ci vuole un po’ di fortuna: a rivenderla è il sito birrapalestinese.it, a cui bisogna scrivere e sperare nella disponibilità. Piccola parentesi: nel sito summenzionato si trovano anche le birre di Nativity, che insieme a Bierzeit Brewery e Wise Men Choice compone la scena brassicola palestinese iniziata da Taybeh.
Poi c’è la creazione di nuove birre, da una Lager a una IPA, da un’Amber Ale a un’analcolica, brassate con soli ingredienti locali e l’ingegno di Canaan, fratello di Madees che ha reso la produzione interamente a zero emissioni di carbonio.
Taybeh oltre la birra: economia, inclusione e turismo
Il pezzo forte l’abbiamo tenuto alla fine. Dal 2005 il birrificio organizza il Taybeh Oktoberfest: un festival che, pur avendo subito pause per i conflitti locali e per il Covid, ha avuto cadenza annuale fino allo scoppio della guerra di Gaza nel 2023. Quando era in attività, il suo volume sosteneva l’economia locale, e accoglieva anche avventori musulmani con cibo e birra analcolica. Ogni commento su uguaglianza e inclusione qui sarebbe superfluo e retorico.
Lo stesso organico del birrificio è composto anche da musulmani, impiegati nella produzione di una bevanda che non possono consumare, ma che sbandiera al mondo un messaggio identitario che porta anche il loro nome – e ora un po’ di retorica ce la possiamo concedere.
Oltre al festival, Taybeh ha da anni iniziato a produrre anche vino, per usare l’uva locale che spesso marciva nei lunghi blocchi al confine israeliano per l’esportazione. Tutto questo ha reso il birrificio e la cittadina una destinazione di svago e turismo; un luogo in cui Palestina non è solo sinonimo di conflitto, sebbene il contesto non si possa (né si debba) ignorare.
In fin dei conti, nonostante quanto espresso in apertura, il tema trattato in questo articolo non sembra essere poi così frivolo.










