Se le storie d’amore e non-amore tra birra e cibo sono un grande classico, esistono anche abbinamenti che possono accompagnare una buona birra in modo diverso, insolito ma altrettanto funzionale per apprezzarne meglio le caratteristiche, come ad esempio sorseggiandola mentre si legge un buon libro. Birra e narrativa possono infatti dialogare per concordanza o per contrasto, condividendo ritmo, carattere, struttura o persino il modo di sorprendere chi si tuffa nel loro mondo. Del resto, leggere e degustare hanno più di un punto in comune: richiedono attenzione, disponibilità a lasciarsi guidare e curiosità verso la scoperta. Per inaugurare questa rubrica abbiamo scelto di osare subito un accostamento che, almeno sulla carta, potrebbe sembrare insolito, ossia quello tra l’American IPA del Birrificio Claterna e Il tempo è un bastardo della scrittrice americana Jennifer Egan.
L’American IPA di Claterna
L’American IPA è uno degli stili che maggiormente hanno contribuito a ridefinire l’immaginario della birra artigianale contemporanea. Per molti appassionati, come la sottoscritta, è stata una porta d’ingresso; per altri continua a rappresentare uno dei territori più fertili tramite cui osservare il lavoro di un birrificio. È uno stile riconoscibile ma tutt’altro che rigido: il luppolo è protagonista ma il modo in cui viene interpretato cambia radicalmente da produttore a produttore. Alcune American IPA puntano maggiormente sulla forza dell’amaro, altre sulla brillantezza aromatica, altre ancora cercano un equilibrio che renda ogni componente leggibile senza che nessuna prevalga in modo assoluto.
L’interpretazione del Birrificio Claterna appartiene a questa terza famiglia. Il profilo aromatico è netto, giocato su note agrumate e tropicali che richiamano pompelmo, scorza d’arancia, mango e leggere sfumature resinose. Il sorso è asciutto, ben definito, sostenuto da una base maltata presente quanto basta per dare profondità senza appesantire la bevuta. L’amaro accompagna la chiusura con decisione ma evita di trasformarsi in un esercizio di forza. È una birra che si lascia capire facilmente, pur conservando una stratificazione che emerge con calma.
“Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan
Allo stesso modo, anche “Il tempo è un bastardo” sembra, almeno all’inizio, offrire al lettore punti di riferimento abbastanza chiari. Jennifer Egan presenta personaggi legati fra loro, un ambiente riconoscibile e una narrazione apparentemente tradizionale. Ben presto, però, il libro cambia direzione. I capitoli si spostano avanti e indietro nel tempo, modificano il punto di vista, alterano il tono, seguono personaggi secondari che improvvisamente diventano centrali, sperimentano persino forme narrative inconsuete. Eppure il romanzo non perde mai la propria identità.
È proprio questo il primo elemento che lo rende affine all’American IPA di Claterna, la quale possiede una struttura altrettanto salda su cui gli aromi si muovono con libertà. Il romanzo di Egan costruisce qualcosa di analogo sul piano narrativo. La sensazione non è quella di assistere a una sequenza casuale di episodi (né di sfumature aromatiche, nella birra), bensì a una composizione in cui ogni dettaglio trova il suo senso specifico nell’insieme. Cambiano le prospettive, cambiano le intensità, cambiano le regole del racconto, ma esiste sempre un filo che tiene unito il tutto.
Un equilibrio in continua evoluzione
Il tema del tempo, come si può evincere già dal titolo, attraversa ogni pagina del romanzo. Non come semplice successione cronologica degli eventi ma come forza che modifica persone, rapporti, ambizioni e ricordi. I protagonisti invecchiano, falliscono, cambiano mestiere, perdono occasioni, ne trovano altre, si allontanano e talvolta si ritrovano. Jennifer Egan osserva il tempo senza nostalgia e senza indulgenza. Non cerca di dimostrare che il passato fosse migliore ma mostra piuttosto come ogni fase della vita contenga possibilità e limiti diversi.
Così, senza forzature, sorseggiando la birra di Claterna ci si ritrova piacevolmente a fare un viaggio in più tempi: dopo una partenza dominata dalla freschezza dei profumi, giunge la componente maltata, che, senza imporsi troppo, sostiene la frivolezza aromatica spingendola fino alla tappa successiva, quando finalmente, come ci si aspetta dallo stile, emerge l’amaro in tutta la sua regale eleganza e rimane a lungo nella memoria.
L’esperienza, dunque, cambia continuamente, come accade durante la lettura del romanzo. Ciò che sembrava centrale all’inizio viene man mano ridimensionato; ciò che appariva marginale acquista peso solo più avanti; poi tutto viene rimesso in discussione per lasciare alla fine un senso di stupore e di piacere insieme, mentre ci si chiede come sia possibile che qualcosa di così apparentemente noto e rassicurante possa riservare qua e là sorprese che rendono improvvisamente tutto nuovo e originale.
Il rifiuto della prevedibilità
Questo porta direttamente alla seconda affinità tra questa birra e il libro di Jennifer Egan; un’affinità meno evidente ma forse ancora più interessante: entrambi, infatti, rifiutano la scorciatoia della prevedibilità. Una American IPA ben costruita non vive e non deve vivere soltanto dell’intensità del luppolo. Se tutto fosse concentrato sull’amaro, dopo un solo sorso non stimolerebbe alcuna curiosità e si farebbe dimenticare facilmente. Servono equilibrio, variazioni, personalità per mantenere viva l’attenzione. E questo l’American IPA di Claterna lo fa benissimo, così come Jennifer Egan riesce benissimo a evitare qualsiasi linearità. Ogni capitolo modifica le aspettative create dal precedente, costringendo il lettore a ridefinire costantemente il quadro generale.
Questo continuo spostamento produce una lettura sorprendentemente dinamica. Il romanzo non concede una posizione comoda dalla quale osservare la storia. Chiede partecipazione, memoria, capacità di collegare elementi lontani anche decine di pagine. È un libro che invita a fidarsi dell’autrice, accettando che alcune risposte arrivino molto più tardi di quanto ci si aspetterebbe.
L’American IPA di Claterna è certamente una birra immediata nel suo impatto aromatico ma suggerisce un atteggiamento simile perché premia chi dedica qualche minuto in più al bicchiere, lasciando che l’aumento della temperatura faccia emergere delicatamente le variopinte sfumature della ricetta, donando più profondità gli aromi e sottolineando l’equilibrio generale. È una bevuta che evolve, insomma, senza mai perdere precisione.
Un dialogo dinamico tra due esperienze diverse
C’è poi anche un elemento emotivo che sembra accomunare queste due esperienze. “Il tempo è un bastardo” racconta spesso personaggi che cercano di controllare la propria esistenza e finiscono invece per confrontarsi con gli imprevisti. Le loro vite seguono percorsi irregolari, fatti di deviazioni inattese e cambi di prospettiva. L’American IPA, soprattutto quando interpretata con misura, come in questo caso, trasmette una sensazione analoga: parte con un’energia evidente per poi accompagnare il bevitore lungo un percorso in cui le diverse componenti si alternano senza mai eccedere.
Com’è ovvio, non si tratta di cercare equivalenze forzate. La birra non “racconta” il romanzo, né il romanzo “spiega” la birra, così come una Stout non porta con sé il profumo di mare e le ostriche non conoscono il mondo della tostatura. Eppure insieme si valorizzano, mantenendo ciascuno il proprio carattere, dando vita a un gusto nuovo o, in questo caso, un’esperienza nuova che si può provare solo tramite il loro accostamento. Analogamente, tra l’American IPA di Claterna e “Il tempo è un bastardo” l’abbinamento funziona perché quello che condividono non è il “gusto” o la “storia” quanto l’attitudine. Il loro fine ultimo non è l’effetto immediato ma la costruzione di un’esperienza che accompagna nel tempo.
È quindi un accostamento da affrontare senza fretta, lasciando che siano le due opere a condurre il cammino e non le nostre aspettative. Prima un sorso, poi qualche pagina, poi un altro sorso. La birra aprirà le porte di quello che negli abbinamenti birra-cibo si definisce “terzo gusto” ma poi bisogna lasciare che il libro costruisca la giusta domanda per invogliare a proseguire, finché poi, ancora, la birra interromperà per un momento il flusso della lettura stimolando la riflessione e, infine, mentre l’amaro sta delicatamente scendendo giù dal palato, riprendere il romanzo per scoprirne nuove chiavi di lettura. È un’alternanza, questa, che finisce per creare un ritmo tutto suo, quasi una conversazione silenziosa fra due oggetti nati con scopi completamente diversi e che poi si scoprono andare in una stessa direzione.
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