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Collaborazioni, rebranding, territorio: come il birrificio Granda si è rinnovato senza perdere identità

L’identità di un birrificio può svilupparsi essenzialmente in due modi. Ci sono produttori che partono immediatamente con una formula precisa e la portano avanti nel tempo, con pochissimi cambiamenti. Ce ne sono altri che costruiscono la relativa immagine – intesa nel senso più ampio – sulla capacità di cambiare pelle senza perdere di vista la propria filosofia. Il birrificio Granda (sito web) rientra nella seconda categoria: aperto nel 2011 da Ivano Astesana a Lagnasco, in provincia di Cuneo, è oggi una realtà piuttosto solida, riconosciuta in Italia e all’estero. Ha ottenuto questi risultati rinnovandosi continuamente, con l’obiettivo di alzare progressivamente l’asticella qualitativa. I cambiamenti non sono stati episodici, bensì organici ed espressione di una visione coerente, che si è espressa con precisi elementi evolutivi.

Collaborazioni: un attento percorso di crescita per il brand

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L’aspetto che negli ultimi anni ha mostrato la vitalità di Granda è probabilmente quello delle collaborazioni. A partire dal 2023 il birrificio ha iniziato un ricco programma di cotte collaborative, scegliendo come interlocutori alcuni dei produttori più celebri d’Europa (e non solo): Mikkeller, Lervig, To Øl, Brewdog, De Molen, De Ranke, Whitefrontier, Outer Range, solo per citarne alcuni. Inizialmente le partnership sono confluite nel progetto Be Grapeful, ossia variazioni sul tema delle Italian Grape Ale; successivamente si sono affrancate da quella linea speciale per lasciare maggiore libertà produttiva. Chiaramente le collaborazioni hanno coinvolto anche birrifici italiani, come Menaresta, Canediguerra, Birra dell’Eremo, Wild Raccoon, Birrificio Italiano. L’ultimo è stato Ritual Lab, ospitato da Granda la scorsa settimana per produrre una sorta di Session Italian Pils, che racconteremo nel dettaglio quando sarà pronta.

Il tema delle collaborazioni è entrato in Granda in tempi relativamente recenti e con una forza che ha pochi precedenti nella birra artigianale italiana. Con questa scelta, il produttore piemontese è riuscito a ottenere ulteriore credito nell’ambiente italiano e internazionale, arricchendosi, sul piano umano e tecnico, dal confronto con altri birrifici. L’intero progetto di collaborazioni è stato battezzato Land of Beer, un nome che ribadisce il legame col territorio, ma elevandolo a livello internazionale.

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Radicamento territoriale: locale e internazionale non sono in contraddizione

Un altro elemento interessante dell’evoluzione di Granda è il rafforzamento del legame con il territorio. Nonostante il nome rimandi subito al luogo di appartenenza, le scelte iniziali compiute dall’azienda hanno lasciato ampi margini per lo sviluppo locale del marchio. Così negli ultimi anni il birrificio ha mostrato una crescente attenzione nel raccontare e valorizzare la propria dimensione territoriale, come dimostra l’evento che lo scorso weekend ha organizzato insieme alla Pro Loco di Lagnasco per festeggiare i quindici anni di attività. Un’iniziativa pensata con e per la comunità locale, ma dove non sono mancati gli spunti di respiro più ampio, come il nome – quel Land of Beer che abbiamo già incontrato – e le birre collaborative, regolarmente presenti accanto a quelle della casa.

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Da questi piccoli dettagli emerge che lo sviluppo locale che sta perseguendo Granda non rinuncia alla vocazione internazionale, costruita anche grazie alle collaborazioni. Non è un equilibrio banale: spesso l’apertura verso l’esterno rischia di diluire l’identità, mentre un eccessivo localismo può limitare la crescita. Granda sembra invece lavorare su entrambi i fronti, costruendo un’identità che parte dal territorio ma dialoga con un contesto più ampio.

Restyling delle etichette: l’immagine a servizio della crescita

Come per la maggior parte dei birrifici, anche l’immagine di Granda è cambiata nel tempo. In particolare ha subito due importanti restyling nel 2019 e nel 2025, che hanno contribuito a costruire un’identità grafica armonica e coerente, capace di soddisfare le necessità dell’azienda. La prima fase, quella di partenza, fu molto istintiva e libera: un approccio apparentemente utile alla creatività, ma con molti limiti in termini comunicativi. Il primo rebranding nacque dalla necessità di applicare un metodo, inserendo dei paletti in cui sviluppare la creatività. Non una gabbia coercitiva, bensì una guida per rendere più efficace la grafica. Il secondo rebranding, assai recente, è stato ideato in seguito alla crescita numerica della gamma di Granda. Le collaborazioni hanno ampliato la linea del birrificio, quindi è emersa l’esigenza di restituire al consumatore un’immagine organica, in cui ogni etichetta fosse immediatamente riconoscibile come “parte di un tutto”.

Granda spiega dettagliatamente questa evoluzione in un articolo molto bello pubblicato sul suo sito. Riportiamo un passaggio che riteniamo particolarmente simbolico della storia stessa del birrificio:

Alla fine di questo percorso molti mi chiedono — e ce lo chiediamo anche come gruppo di lavoro — non avremmo potuto impostare il lavoro in un certo modo fin dall’inizio? Quante risorse, tempo ed energie abbiamo «sprecato» in quelli che si sono rivelati a posteriori dei vicoli ciechi?

La risposta è che per noi, che amiamo fare le cose in autonomia e imparare facendole, commettere certi errori e fare certe esperienze è stato necessario. Oggi abbiamo il nostro ufficio grafico interno e riusciamo a progettare la nostra comunicazione con una maturità che abbiamo conquistato attraversando tutte le fasi che era necessario attraversare. E credo che tutte le versioni delle nostre etichette fossero funzionali alle necessità di quella fase.

Qualità produttiva: il vero filo conduttore

Al di là delle singole iniziative, il punto centrale resta la qualità della birra. Tutte le evoluzioni descritte – dalle collaborazioni al rebranding – avrebbero poco senso senza un miglioramento concreto del prodotto. Negli anni Granda ha lavorato per rendere la propria produzione più precisa, pulita e coerente. Questo si traduce in birre più centrate stilisticamente e tecnicamente più solide, segno di una crescente maturità produttiva. È un aspetto meno visibile rispetto ad altri, ma decisivo: il mercato, soprattutto quello più evoluto, premia chi riesce a mantenere standard elevati nel tempo.

Anche in questo caso non si tratta di un elemento a sé stante, ma di un aspetto che vive in sinergia con gli altri. Le collaborazioni, ad esempio, hanno fornito spunti preziosi per adottare protocolli più efficienti e introdurre miglioramenti tecnologici. Il difficile periodo della pandemia è stato visto come un’occasione: è in quel momento che Granda ha rivisto gran parte dei suoi processi produttivi, ottimizzandoli grazie al supporto di Matthias Müller, mastro birraio e consulente di primissimo livello. Trasformare i problemi in opportunità è un elemento fondamentale per migliorarsi nel tempo.

Conclusioni

In definitiva, il percorso di Granda dimostra come l’evoluzione di un produttore artigianale non debba necessariamente passare per uno stravolgimento dei propri valori, quanto piuttosto per una loro progressiva messa a fuoco. Attraverso l’ambizioso progetto delle collaborazioni internazionali, un restyling estetico consapevole e un instancabile affinamento tecnico, la realtà di Lagnasco ha saputo rinnovarsi nel tempo, mantenendosi fedele alla propria filosofia. Una “Land of Beer” che, pur con i piedi ben piantati nella provincia cuneese, guarda al futuro con uno sguardo internazionale e una chiara consapevolezza per il futuro.

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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