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Francia, Italia e USA: come sta cambiando il mercato della birra nel mondo

Ci sono dati che, presi singolarmente, possono sembrare semplici curiosità statistiche. Messi uno accanto all’altro, però, raccontano qualcosa di più profondo. Nelle ultime settimane tre studi dedicati ai mercati del beverage di altrettanti Paesi hanno fotografato trasformazioni significative nel modo in cui i consumatori si avvicinano alle bevande alcoliche. In ciascuno di essi la birra occupa un ruolo centrale, ma con esiti molto diversi: in due casi emergono i segnali, ormai piuttosto noti, di una fase di rallentamento; nell’altro si registra invece un risultato sorprendente, destinato a mettere in discussione alcuni luoghi comuni consolidati. Più che di un declino della birra, dunque, sembra opportuno parlare della fine di alcune certezze che hanno accompagnato il settore negli ultimi decenni.

In Francia i consumi di birra superano quelli del vino

Se c’è una notizia destinata a colpire l’immaginario collettivo è quella proveniente dalla Francia. Per la prima volta da quando esistono rilevazioni affidabili, la birra ha superato il vino come bevanda alcolica preferita dai francesi. Secondo i dati dell’Organisation Internationale de la Vigne et du Vin (OIV), nel 2025 in Francia sono stati consumati 22 milioni di ettolitri di vino, mentre Brasseurs de France stima un consumo di 22,1 milioni di ettolitri di birra. La differenza è minima, ma il valore simbolico enorme. Insieme all’Italia, la Francia rappresenta più di ogni altro Paese il mito del vino come elemento identitario: un prodotto culturale, prima ancora che commerciale. Eppure anche lì qualcosa si sta incrinando.

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Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto la crescita del movimento birrario francese, esploso negli ultimi anni grazie alla nascita di centinaia di microbirrifici. Ma pesa anche il mutamento degli stili di vita: si consumano meno pasti lunghi e strutturati, diminuiscono le occasioni tradizionali legate al vino e aumenta il valore attribuito alla convivialità informale. La birra si inserisce perfettamente in questo scenario. Costa mediamente meno, presenta spesso gradazioni inferiori ed è associata a momenti sociali più spontanei. Non è necessariamente una vittoria della birra sul vino: è piuttosto la conferma che i consumatori tendono a privilegiare occasioni di consumo meno ritualizzate e più flessibili.

In Italia la birra non è più padrona dell’aperitivo

Se la Francia mette in discussione il primato culturale del vino, in Italia è la birra a perdere terreno in uno dei suoi contesti più forti: l’aperitivo. Secondo una ricerca commissionata da Martini e realizzata da OnePoll su mille italiani, il 47% degli intervistati preferisce lo spritz contro il 41% che sceglie la birra. Un sorpasso che appare particolarmente marcato tra Millennials e Generazione Z. Naturalmente va considerata la fonte della ricerca, promossa da un marchio che ha tutto l’interesse a valorizzare il fenomeno spritz. Tuttavia il dato appare coerente con quanto osservabile nella quotidianità.

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In pochi anni lo spritz si è trasformato in qualcosa che va oltre il semplice drink, diventando un rituale codificato. Ha un’estetica riconoscibile, un’immagine leggera e vacanziera, una forte componente fotografica e una notevole adattabilità. Inoltre ha saputo evolversi: dalla ricetta tradizionale si è passati a una moltitudine di varianti, comprese quelle analcoliche. La birra, invece, sembra talvolta faticare nel proporre un racconto altrettanto efficace. Continua a essere fortissima nel consumo individuale e nella ristorazione, ma nell’aperitivo contemporaneo rischia di apparire meno distintiva. È una questione di prodotto? Solo in parte. Molto probabilmente dipende dalla capacità di presidiare culturalmente determinati momenti di consumo.

Negli Stati Uniti è certificata la fine della crescita infinita

Il terzo segnale arriva dagli Stati Uniti e riguarda direttamente il mondo craft. Secondo un recente report di BevWire, il settore americano sarebbe entrato in una fase definita “Great Reset”. Dopo due decenni di espansione quasi ininterrotta, i volumi si sono sostanzialmente stabilizzati. La partecipazione degli adulti al consumo di alcol sarebbe scesa dal 62% del 2023 al 54% del 2025, mentre la produzione dei birrifici indipendenti avrebbe registrato una flessione del 5,1%.

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Ma il dato forse più interessante riguarda la risposta delle aziende. Il report individua tre direttrici strategiche. La prima è la fine del “massimalismo”: meno referenze, meno rotazioni continue, maggiore concentrazione sui prodotti realmente vincenti. Portafogli da cinquanta etichette vengono ridotti a dieci o dodici birre chiave. La seconda è la crescita delle analcoliche premium, che intercettano consumatori attenti alla salute senza rinunciare all’esperienza birraria. La terza è la cosiddetta “Lager renaissance”: il ritorno a birre tecnicamente impeccabili, bevibili, essenziali.

Conclusioni

Pur con evoluzioni diverse. questi tre fenomeni sembrano raccontare la stessa storia: un cambio radicale nelle abitudini dei consumatori. Come dimostra il caso francese, questa trasformazione non necessariamente è negativa per la birra. La sensazione è che da un lato ci sia la necessità di trovare una via comune, un’identità forte che possa indirizzare le scelte dei bevitori. Dall’altro che sia necessario ripensare alcune strategie commerciali che, almeno fino a oggi, probabilmente sono emerse più per inerzia che per precisi calcoli imprenditoriali. Fino a oggi i microbirrifici italiani hanno mostrato una buona capacità di adattamento e dovranno continuare su questa strada per affrontare le sfide più immediate che gli riserverà il settore.

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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