Un nuovo caso normativo rischia di scoppiare nel settore della birra artigianale. Martedì 21 aprile è apparso su Il Fatto Alimentare un articolo che evidenzia come l’uso del termine “artigianale” è ora sottoposto in Italia a una serie di pesanti restrizioni. Merito – si fa per dire – della nuova Legge PMI (34/2026) che, nella parte in cui detta le regole della trasparenza comunicativa delle imprese, impedisce l’uso di espressioni fuorvianti per il consumatore finale. Tra queste c’è il ricorso all’aggettivo “artigianale”, che d’ora in poi potrà essere appannaggio solo delle aziende formalmente artigianali, quelle iscritte cioè al relativo albo provinciale. Una condizione che escluderebbe tantissimi microbirrifici italiani e che risulta in contrasto con la legge sulla birra artigianale del 2016.
A rendere la novità ancora più sconcertante è che si applica sia all’azienda, sia ai relativi prodotti. Secondo l’articolo 16 della Legge 34/2026 le limitazioni riguardano l’insegna, il marchio e la promozione:
Nessuna impresa può adottare, quale ditta o insegna o marchio o nella promozione dei propri prodotti o servizi da essa commercializzati, una denominazione in cui ricorrano riferimenti all’artigianato e all’artigianalità dei prodotti e dei servizi, se essa non è iscritta all’albo di cui al primo comma e non produce o realizza direttamente i prodotti e servizi pubblicizzati o posti in vendita qualificandoli come artigianali.
È facile comprendere come questa nuova norma ignori completamente la disciplina legislativa in vigore dal 2016, per cui in Italia, se si rispettano alcuni criteri, è (era?) consentito l’uso dell’espressione “birra artigianale” indipendentemente dall’iscrizione all’Albo delle imprese artigiane. L’apparente bontà del presupposto della nuova legge – tutelare il consumatore dall’utilizzo di espressioni ingannevoli – ha partorito una disposizione assurda e incongruente. Un pasticcio normativo di proporzioni gigantesche, insomma, che catapulta il settore in una situazione kafkiana sinceramente evitabile. Anche perché le sanzioni non sono irrilevanti: l’1% del fatturato dell’impresa, con un minimo inderogabile di 25.000 euro per ogni singola violazione.
Per comprendere meglio l’impatto della nuova legge, abbiamo contattato Unionbirrai, l’associazione di categoria dei piccoli birrifici artigianali indipendenti. Appena entrato in discussione il disegno di legge, Unionbirrai si è attivata immediatamente per verificarne gli effetti. Nell’ottica di garantire la massima chiarezza agli operatori, ha già avviato un confronto istituzionale incontrando il Direttore dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF), dott. Felice Assenza, e sta predisponendo ulteriori interlocuzioni formali con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) e con il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (MASAF).
Nella nota, l’associazione specifica quanto segue:
Unionbirrai evidenzia come una eventuale interpretazione eccessivamente restrittiva della norma, tale da estendere il divieto anche alla denominazione “birra artigianale” disciplinata dalla normativa di settore, non risulterebbe coerente con l’attuale assetto legislativo.
Una lettura di questo tipo finirebbe infatti per svuotare di significato una definizione legale pienamente vigente, introdotta dal legislatore nel 2016 proprio per riconoscere e valorizzare il comparto dei piccoli birrifici indipendenti. Ne deriverebbe un effetto paradossale: escludere dall’utilizzo della denominazione “artigianale” soggetti che, per legge, producono birra artigianale.
Un esito che non solo contrasterebbe con i principi di coerenza e specialità dell’ordinamento, ma comprometterebbe senza alcuna ragione logica un percorso di sviluppo e qualificazione del settore costruito negli anni, con ricadute dirette anche su realtà rilevanti come i birrifici agricoli.
Per queste ragioni, Unionbirrai ritiene che la corretta interpretazione della norma non possa che confermare la piena legittimità dell’utilizzo della denominazione “birra artigianale” nei termini già previsti dalla legislazione vigente.
La situazione dunque è ancora in divenire e ne sapremo di più quando ci sarà una risposta ufficiale da parte degli organi competenti. La sensazione è che, grazie all’intermediazione di Unionbirrai, si potrà giungere a una soluzione indolore per tutto il comparto. È importante però che la politica si dia una mossa e chiarisca la questione in tempi rapidi, perché siamo già in ritardo: la legge è in vigore dal 7 aprile e i produttori italiani non si meritano di convivere con questa ennesima, evitabilissima minaccia normativa.




