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1996 – 2014: la birra artigianale italiana diventa maggiorenne

happy-birthday-beerIn tutti i campi esistono annate magiche, in cui si concentrano eventi che segnano il futuro di quel settore. Nel calcio ad esempio si parla spesso della classe ’76, quella a cui appartengono stelle assolute come Totti, Buffon, Shevchenko, Ronaldo, Recoba e Kluivert. Per la birra artigianale italiana quell’anno prodigioso è stato il 1996, visto che nel giro di pochissimi mesi aprirono i battenti tre birrifici di importanza capitale: il Birrificio Italiano, il Lambrate e il Baladin. Tre nomi fondamentali per la futura evoluzione dell’ambiente, al punto che secondo molti è ad allora che si può far risalire la data di nascita della birra artigianale in Italia – sebbene non pochi altri produttori erano partiti qualche anno prima. In altre parole possiamo affermare che la birra di qualità nazionale è finalmente diventata maggiorenne. Se sia anche diventata “matura” sta a voi deciderlo, per il momento limitiamoci a celebrare questo importante traguardo.

Inutile specificare ancora una volta che 18 anni nel nostro settore corrispondo a un’eternità. Il Birrificio Italiano, il Lambrate e il Baladin rappresentano tre diversi modi di intendere la birra e hanno influenzato il movimento in modo diverso, ognuno secondo le proprie caratteristiche. Oggi, anche all’estero, sono considerati tra i migliori produttori che possiamo vantare e gli apprezzamenti continuano ad arrivare anno dopo anno. Vediamo allora come la loro presenza abbia trascinato l’intero movimento italiano.

Baladin

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baladinDifficile non partire da Baladin e dalla visione birraria di Teo Musso, che più di qualunque altra ha definito i caratteri della birra artigianale in Italia. La sua idea fu chiara fin da subito e assolutamente rivoluzionaria per l’epoca: produrre birre che fossero destinate agli scaffali dei grandi ristoranti, ispirate in prima istanza alle creazione dei birrai belgi. Le conseguenze di questa impostazione furono naturali: bottiglie dalle forme eleganti, etichette ricercate, formato unico da 75 cl. Quel modo di intendere la birra per tanti aspetti strizzava l’occhio al mondo del vino, cosa che ai tempi era quantomeno folle. Invece Teo non solo ottenne un successo incredibile, ma segnò una strada che tanti dopo di lui decisero di intraprendere, talvolta senza sprecare troppi ragionamenti al riguardo. Negli ultimissimi anni il panorama forse si è un po’ diversificato, ma se oggi la birra italiana è conosciuta per alcune caratteristiche ben definite è perché le stesse furono stabilite da Baladin 18 anni fa.

In questi 18 anni Baladin è cambiato molto, ma forse neanche più di tanto. In realtà Teo ha portato avanti un’infinità di progetti, che però sono rimasti collaterali (o quasi) rispetto al birrificio: il più importante è probabilmente quello rappresentato dai locali Open Baladin, che con l’ultima apertura di Torino sembra aver spiccato definitivamente il volo. Sul fronte puramente brassicolo, invece, Baladin ultimamente si è specializzato nelle produzioni in legno e “particolari”, come la straordinaria Xyauyù e le creazioni di Cantina Baladin. Se le birre standard oggi appaiono meno interessanti – nonostante avrei qualche obiezione da muovere al riguardo – è con queste ultime etichette che Teo è riuscito a rinnovarsi e a ottenere continui riconoscimenti, non ultimo l’exploit al recente Birra dell’anno.

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Birrificio Italiano

birrificioitalianoSe Teo Musso è il papà di Baladin e di una certa visione di birra, Agostino Arioli può essere considerato l’anima del Birrificio Italiano e di un’impostazione assolutamente diversa. L’azienda di Piozzo sarà  pur stata la più influente in questi passati 18 anni, ma la birra più rappresentativa dell’intero movimento è stata probabilmente creata a Lurago Marinone e risponde al nome di Tipopils. Considerata dallo stesso Agostino una birra “archetipica”, la Tipopils racchiude il suo modo di intendere questa bevanda: diretta e sincera, senza fronzoli ma piena di carattere, lontana dalle mode del momento. E in effetti sorprende come il Birrificio Italiano sia riuscito in questi 18 anni a rimanere sulla cresta dell’onda senza piegarsi ai trend del settore. Una lezione sulla quale tanti produttori moderni dovrebbero riflettere.

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Così il Birrificio Italiano è rimasto per anni legato a una gamma di birre pressoché invariata, che è stata puntellata di tanto in tanto con creazioni inedite, ma mai improvvisate. Un esempio di questa strategia è stata ad esempio la Nigredo, una simil-Schwarz realizzata con un’innovativa tecnica legata alla tostatura dei luppoli. Anche il ricorso a collaborazioni e ricette one shot è stato molto parco, dimostrando come ogni iniziativa al riguardo sia sempre arrivata dopo attente pianificazioni. Il Birrificio Italiano oggi è forse la massima espressione della concezione classica di birra, quella che nell’immaginario collettivo sia associa alla Germania. Ma il bello è che tale ispirazione si è accompagnata a una personalizzazione molto decisa nel modo di intendere il prodotto, che è lontano anni luce dalle speculazioni che spesso si incontrano oggigiorno.

Lambrate

Birrificio Lambrate logoSe il Baladin e il Birrificio Italiano sono facilmente associabili alle figure di Teo e Agostino, lo stesso non si può dire del Lambrate. In realtà l’azienda milanese ha nel Monarca uno straordinario portabandiera, ma quando si pensa a questo produttore difficilmente viene in mente una sola persona. Piuttosto è automatico ragionare sulla “squadra” che compone il birrificio, quella sorta di grande famiglia che è una delle chiavi del successo del Lambrate e sulla quale mi sono voluto soffermare in un mio recente post. In questi 18 anni tante cose sono cambiate, eppure il Lambrate è rimasto sempre lo stesso: un punto di riferimento birrario (e non solo) per il quartiere e la città, un luogo unico nel quale sentirsi a casa. E chiaramente dove bere alcune delle migliori birre d’Italia.

Se l’atmosfera e l’impostazione del brewpub sono rimaste le stesse, a livello produttivo gli ultimi anni hanno mostrato un consolidamento del livello qualitativo e l’inizio di un deciso ampliamento della gamma, per diverso tempo legata ai soliti – ma eccezionali – prodotti di sempre. Accanto alla sede di via Adelchi è stato aperto un locale in via Golgi, mentre nei prossimi mesi è previsto lo spostamento dell’area produttiva in un altro luogo (ma sempre in zona). La concezione di birra per i ragazzi del Lambrate è dunque rimasta sempre legata al posto in cui si produce: è nei loro pub che le produzioni possono essere “vissute”, oltre che bevute. Questo legame con il quartiere e con la loro “casa” è forte e indissolubile, forse caso unico in Italia. A Roma, dove i locali in cui bere bene non mancano, si sente ad esemopio la mancanza di un posto come il Lambrate.

Dunque auguri alla birra artigianale italiana per la raggiunta maggiore età. Voi come avete visto cambiare il settore in questi 18 anni?

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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7 Commenti

  1. Io in questi 18 anni ho visto solo aumentare il prezzo delle birre, in modo allucinante!!
    E poi dicono di firmare per fermare l’aumento delle accise…vabbè…

    • Sì lo so, ma l’obiettivo del post non era di parlare di tutti i birrifici aperti nel 1996, che furono anche altri.

  2. Che il ’96 sia stato l’anno fondativo del movimento non ci sono dubbi; ma prima c’era già qualcun altro che produceva birra artigianale in Italia?
    Questi 3 sono quelli che hanno fatto esplodere il fenomeno, ma l’iniziatore primordiale chi sarebbe?

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