Consumare alcolici in maniera moderata espone a un maggior rischio di morte per cancro? Secondo una recente ricerca pubblicata negli Stati Uniti, la risposta sembrerebbe essere no. Analizzando oltre 26.000 persone seguite per più di tredici anni, gli autori non hanno infatti riscontrato una mortalità oncologica superiore tra i consumatori moderati rispetto agli astemi. Anzi, i risultati migliori sono stati osservati tra i consumatori leggeri. Si tratta di conclusioni che meritano attenzione, ma che non autorizzano a considerare il consumo di alcol come benefico né ribaltano quanto emerso dalla letteratura scientifica negli ultimi decenni. Piuttosto aggiungono un tassello interessante a una questione ancora oggi oggetto di studio.
Uno studio autorevole, ma non definitivo
La ricerca, pubblicata nel maggio scorso sul Journal of General Internal Medicine, porta la firma di un gruppo di ricercatori della Weill Cornell Medicine di New York. Non si tratta dunque di uno studio comparso su una rivista marginale, bensì di un lavoro sottoposto a peer review e basato sui dati del progetto REGARDS (Reasons for Geographic and Racial Differences in Stroke), una delle più ampie indagini epidemiologiche statunitensi ancora in corso. I ricercatori hanno analizzato 26.694 adulti, seguiti mediamente per 13,3 anni, classificandoli in quattro categorie: astemi, consumatori leggeri, moderati e forti consumatori. L’analisi statistica ha inoltre corretto i risultati tenendo conto di numerosi fattori potenzialmente confondenti, come età, sesso, fumo, indice di massa corporea, attività fisica e condizioni socioeconomiche. Sono elementi che conferiscono allo studio una buona solidità metodologica, pur senza renderlo conclusivo.
I limiti della ricerca
Gli stessi autori, del resto, sono i primi a invitare alla prudenza. Lo studio appartiene infatti alla categoria delle ricerche osservazionali, nelle quali si osservano le abitudini delle persone senza intervenire direttamente su di esse. È un approccio inevitabile quando si studiano fenomeni che richiedono decenni di osservazione, ma comporta un limite importante: permette di individuare associazioni statistiche, non di dimostrare un rapporto di causa-effetto. Inoltre il lavoro prende in esame la mortalità per cancro, non il rischio di sviluppare un tumore. Sono due aspetti distinti, che non devono essere confusi.
Gli stessi ricercatori che hanno firmato lo studio rifiutano qualsiasi interpretazione semplicistica dei risultati:
Sebbene un consumo di alcol da lieve a moderato possa apparire neutro o addirittura protettivo in alcune analisi, sconsigliamo di interpretare l’assunzione di alcol come benefica per gli esiti della malattia oncologica.
Cosa dice davvero lo studio
Nel corso del follow-up sono stati registrati 2.306 decessi per tumore. Come prevedibile, il tasso più elevato è stato osservato tra i forti consumatori di alcol. La sorpresa arriva dagli altri gruppi: né i consumatori moderati né quelli leggeri hanno mostrato una mortalità superiore rispetto agli astemi. Al contrario, il gruppo con il tasso più basso è risultato proprio quello dei consumatori leggeri, mentre gli astemi si sono collocati in una posizione intermedia. È questo il dato che ha attirato l’attenzione della comunità scientifica e che rende interessante la pubblicazione. Allo stesso tempo è importante sottolineare ciò che lo studio non afferma: non dimostra che bere faccia bene, non suggerisce di iniziare a consumare alcol e non mette in discussione gli effetti negativi di un consumo elevato, che anzi emergono con chiarezza anche in questa analisi.
Un tassello in più, non una rivoluzione
Negli ultimi anni la comunicazione sanitaria sul consumo di alcol ha progressivamente privilegiato messaggi semplici e facilmente comprensibili, inevitabilmente meno ricchi di sfumature rispetto al dibattito scientifico. Questo studio non cambia le raccomandazioni rivolte alla popolazione, ma suggerisce che il rapporto tra consumo moderato di alcol e mortalità oncologica potrebbe essere più complesso di quanto spesso venga sintetizzato nel dibattito pubblico. Del resto è proprio così che procede la ricerca: ogni nuovo studio non cancella quelli precedenti, ma contribuisce a raffinare progressivamente la conoscenza di fenomeni estremamente complessi. Anche in questo caso la vera notizia non è che l’alcol sia improvvisamente diventato innocuo, bensì che una nuova analisi di ampie dimensioni invita a osservare il tema con qualche sfumatura in più.




