C’è un momento, ascoltando Mezzanine, in cui ci si accorge di trattenere il respiro senza sapere perché. Non succede niente di esternamente violento. Nessuno alza la voce, nessun ritornello esplode. Eppure, la mano rimane sospesa a mezz’aria, il pensiero si ferma, il corpo entra in una specie di limbo d’attesa. È il terzo disco dei Massive Attack, uscito nell’aprile del 1998, costruito interamente su questa promessa – mai davvero mantenuta – di scarica adrenalinica. La tensione sale, sale ancora, e non si risolve mai. Versare una Baltic Porter significa avere davanti lo stesso paradosso. Nel bicchiere è nera, densa e minacciosa. Sembra la promessa di una sberla alcolica e tostata. Poi arriva il primo sorso e qualcosa non torna. La bevuta è morbida, pulita, controllata. Il fuoco c’è, ma è sotto una lastra di vetro.
Il colore inganna, la temperatura no
Bristol, 1997. Robert Del Naja spinge il gruppo lontano dal calore soul di Blue Lines e Protection, verso un territorio più freddo, con il produttore Neil Davidge alla sua prima collaborazione al fianco della band. Andrew Vowles, il “Mushroom” del trio, non sopravviverà a quelle sessioni: lascerà la band appena finita la promozione. Quel logorio si percepisce. Mezzanine è il suono di qualcosa che si sta congelando mentre dentro brucia ancora. Proprio come quando bevi una Baltic Porter.
Le Baltic Porter nascono sulle sponde del Mar Baltico dall’incontro tra le Porter inglesi e i climi rigidi del Nord. Fermenta spesso in bassa, come una Lager. Il freddo del Baltico educa la Porter, ripulendone gli spigoli, spegnendo gli esteri fruttati e lascia che i malti scuri parlino senza far troppo rumore: cioccolato fondente, liquirizia, prugna, una punta di caffè. Gradazioni che superano tranquillamente gli otto gradi restano nascoste sotto quella superficie ordinata. La stessa mano fredda si posa su Mezzanine.
Teardrop o il calore sorvegliato
Prendete Teardrop e ascoltatela davvero. La voce di Elizabeth Fraser, presa in prestito dai Cocteau Twins, canta di lacrime versate e fiori neri sopra un battito che imita un cuore. È la traccia più emotiva del disco. È la sua dedica a Jeff Buckey, il suo amore appena scomparso. Il clavicembalo campionato, il ritmo che pulsa uguale a sé stesso, la produzione che tiene ogni elemento al suo posto: l’emozione è enorme e viene servita ghiacciata ma come un piatto che scotta. È esattamente il gesto della Baltic Porter. Il mosto è caldo, calorico, ad alta gradazione, potenzialmente caotico. La fermentazione fredda lo ingabbia e lo rende elegante. Il calore non sparisce, si sottomette.
La minaccia che non arriva
Inertia Creeps lavora sul disagio in modo ancora più esplicito. Del Naja sussurra invece di gridare, il ritmo è ossessivo, e la parola stessa del titolo racconta una relazione che muore per immobilità e non per scontro. Tutto il pezzo cammina su un filo di tensione che chiede una liberazione ma non la concede mai. La claustrofobia che il gruppo viveva in quegli anni finisce dentro al pezzo. Una Baltic Porter fatta bene si comporta allo stesso modo nel finale. Ci si aspetta la chiusura pesante, dolciastra, appiccicosa tipica di certe birre scure di quel calibro. Invece il sorso si ritira in un finale più asciutto del previsto, quasi sobrio, che invita subito al successivo. Ti tiene sul bordo. La sete non finisce mai del tutto, esattamente come la scarica di tensione in Inertia Creeps.
Il fascino di ciò che si trattiene
La grandezza di Mezzanine sta tutta qui, nella disciplina. Un disco che aveva ogni singolo ingrediente per essere teatrale, urlato, sanguinante, e che invece sceglie di sussurrare, raffreddare e comprimere. Le Baltic Porter dicono la stessa cosa attraverso i malti. Sono birre potenti che hanno imparato dal freddo del Nord a non alzare la voce, a nascondere i gradi sotto la seta, promettendo qualcosa di ruvido ma mantenendo la loro compostezza.
Le Baltic Porter finiscono asciutte e chiedono il sorso successivo. Mezzanine si conclude su (Exchange) e riparte da capo senza che la tensione si sia mai sciolta. Nessuno dei due ti lascia sazio. Entrambi ti tengono lì, sul bordo del divano e del bicchiere, ad aspettare una scarica che non arriva. E si continua, perché il fuoco sottovetro non si spegne: rimane acceso, e tu resti.
Disclaimer: con alcuni dei siti linkati in questo articolo Cronache di Birra ha attivato un’affiliazione e ottiene una piccola quota dei ricavi, senza variazioni dei prezzi. Volendo, potete cercare gli stessi articoli su Google. Se invece volete saperne di più su questi link, su Il Post c’è una spiegazione chiara e dettagliata.







Che dire.. 92 minuti di applausi!! Sia chiaro.. calorosi ma allo stesso tempo contenuti e sommessi..