In Italia un’intera generazione di bevitori consapevoli, probabilmente la fetta generazionale più ampia, è stata svezzata a suon di birre belghe. Per almeno un decennio Saison, Tripel, Blanche e Belgian Strong Ale hanno dominato l’offerta dei pub “alternativi”, prima che la rivoluzione del luppolo made in USA stravolgesse le regole del gioco. Alcuni fenomeni sono temporanei, altri tendono a riproporsi nel tempo, magari in forme diverse. La tendenza intrapresa dai birrifici del Belgio nel mercato italiano, invece, non ha mai mostrato segnali di ripresa: un costante calo d’interesse, che ha portato tanti produttori classici fuori dai radar della birra artigianale. Disinteresse che si è esteso di conseguenza agli stili locali: come documentiamo su Italian Craft Beer Trends, ogni anno sono pochissime le birre inedite italiane riconducibili alla tradizione birraria belga. Un vero peccato, considerando le perle che è in grado di regalare una delle culture brassicole più importanti al mondo.
La cotta collaborativa tra Birra dell’Eremo e Rulles
Le considerazioni appena espresse sono state confermate la scorsa settimana, quando abbiamo assistito alla cotta pubblica della birra nata – o meglio, che nascerà – dalla collaborazione tra Birra dell’Eremo (sito web) e Rulles (sito web). Rulles è un produttore che non dovrebbe necessitare di presentazioni: è uno dei capisaldi del movimento belga della birra artigianale, punto di riferimento per tanti appassionati nel mondo. La sua gamma interpreta in maniera fedele i grandi classici della scuola di provenienza: Belgian Blond, Brune e Tripel, a cui si aggiungono (poche) creazioni stagionali e celebrative. Tra queste si segnala la Estivale, nata ufficialmente nel 2004 per assecondare il desiderio di una bevuta semplice e disimpegnata – per quanto può esserlo una birra belga – contraddistinta da un amaro piuttosto deciso (43 IBU). Era, ed è tuttora, una birra estremamente moderna. Nonostante le premesse, Rulles è proprio uno di quei produttori amati e rispettati in passato, ma oggi molto difficili da intercettare nell’offerta dei pub italiani.
Il cenno all’Estivale è tutt’altro che casuale. È importante sapere, infatti, che qualche settimana prima della cotta presso Birra dell’Eremo, il birraio Enrico Ciani era stato in Belgio da Rulles. Anche in quell’occasione era stata creata una birra a quattro mani, battezzata Rulleremo (6%) – crasi tra i nomi dei due birrifici – e presentata proprio negli scorsi giorni. Secondo il birraio Grégory Verhelst, può essere considerata l’anello di congiunzione tra le sue Tripel e Estivale: una birra con un amaro deciso (c’è anche Simcoe in bollitura, niente dry hopping), una trama maltata ricca ma non pesante e una grande bevibilità. È una creazione di altissimo livello, in cui non è difficile rintracciare la mano di Rulles. Una birra che non sfigurerebbe in una selezione “moderna” di spine in qualsiasi pub italiano.
Perché il Belgio fatica a trovare spazio nell’offerta italiana?
Cosa impedisce alle birre belghe, anche di ispirazione contemporanea, di trovare spazio tra le spine dei pub italiani indipendenti? I fattori sono diversi. Innanzitutto c’è una difficoltà nel “posizionare” questi prodotti, perché spesso non sono facili da spiegare al bevitore medio. Da questo punto di vista le Tripel sono più accomodanti, perché si adattano abbastanza bene alla richiesta di chi cerca una “doppio malto chiara”, sebbene il loro amaro finale richieda qualche chiarimento aggiuntivo. Le Belgian Blonde luppolate sono amare, ma non sono immediate come una IPA, né hanno una gradazione alcolica per chi vuole una bevuta più forte. Le Saison si posizionano in un cono d’ombra simile: dissetanti e fresche, con un finale secco, ma con un profilo aromatico ben diverso da quello di una Session IPA. Per non parlare delle Dubbel o delle Brune, birre difficili da collocare in uno “slot” mentale per il consumatore finale.
Il punto di forza di molti stili belgi – il loro essere relativamente bevibili anche di fronte alla complessità aromatica e al tenore alcolico mediamente elevato – è anche il loro punto debole, perché non ascrivibili alle categorie tipiche dell’offerta dei pub. O almeno a quella più recente. Per questo è paradossalmente più facile vendere un Lambic, perché si pone indiscutibilmente nella fascia delle birre acide. Molti prodotti belgi, invece, sono spesso non catalogabili e richiedono uno sforzo aggiuntivo da parte di chi vende birra, che sia un distributore o un publican. Chiaramente il limite non è nella cultura brassicola del Belgio, ma in una certa pigrizia comunicativa della parte finale della filiera. E poi c’è il desiderio emergente di bevute semplici, immediate, senza troppe sovrastrutture, che sta nuovamente cambiando la direzione del mercato della birra artigianale. Una direzione che, per definizione, non arride agli stili begli.
Ci sono margini per un’inversione di tendenza?
La cultura della birra in Italia ha compiuto i suoi primi passi grazie alle birre del Belgio, ma poi ha preso strade completamente diverse. Negli ultimi anni abbiamo persino assistito a una decisa ascesa delle basse fermentazioni: oggi è un fenomeno che diamo per scontato, ma fino a una decina di anni fa erano pochissimi i birrifici italiani che si cimentavano in queste produzioni. Sono stati riscoperti gli stili classici britannici, con la diffusione di molte handpump; addirittura negli ultimi tempi stanno riacquistando dignità le tradizionali tipologie della Repubblica Ceca. Ma per il Belgio sembra che il momento del riscatto sia sempre rimandato. È una condizione curiosa e paradossale, che, pur con i distinguo del caso, coinvolge tutti i birrifici, anche quelli più giovani o d’impostazione più moderna.
D’altro canto il modo in cui si presentano tanti produttori belgi non aiuta. Per molti di loro sembra che in questi anni non siano stati compiuti passi avanti significativi in termini di marketing e comunicazione: loghi ancora dozzinali, social network trascurati, siti confusionari o inutili. Pochi di loro si sono strutturati per adattarsi ai cambiamenti del mercato e in molti casi sono realtà “one man show”: un’impostazione romantica e suggestiva, ma che nel settore non funziona più da tempo, o quantomeno richiede un supporto concreto. Tutto questo senza considerare le questioni puramente relative al costo della birra, che ovviamente è un fattore importante – ma comunque non determinante – nella scelte che compiono gli operatori del mercato.
Conclusioni
Le difficoltà che incontrano i birrifici belgi sul mercato italiano ci privano del confronto con alcuni grandi maestri dell’arte brassicola internazionale. Molti birrai del Belgio, compreso Grégory di Rulles, possiedono una competenza molto peculiare, che permette loro di ottenere prodotti eccelsi e costanti pur operando in condizioni che definiremmo proibitive. Per la fermentazione dell sue birre, ad esempio, Rulles utilizza esclusivamente vasche aperte che – a detta di Grégory – permettono di esaltare il contributo de lievito. Lievito peraltro che proviene da Orval e che rappresenta un po’ il segreto dei suoi prodotti. Ma il vero segreto naturalmente è la tecnica e le conoscenze in materia: una sorta di profondo know-how che troviamo anche in alcuni birrai italiani, ma che qui viene declinato nel sapiente uso di strumenti e processi ormai desueti.
Aver partecipato alla cotta collaborativa tra Birra dell’Eremo e Rulles ha dunque permesso di apprezzare, uno accanto all’altro, due birrai diversi per filosofia produttiva, ma accomunati dall’attenzione maniacale che infondono nel proprio lavoro. La Rulleremo è il frutto concreto ed evidente di questo connubio, ma per un’ulteriore conferma non basterà attendere qualche settimana, quando sarà pronta la birra realizzata di recente. Il nome ancora non è stato deciso, ma sappiamo che sarà una versione leggermente più alcolica della Rulleremo, con una luppolatura diversa. Non rimane che assaggiarla, sperando che il suo lancio contribuisca a riportare definitivamente l’attenzione sui birrifici artigianali del Belgio.









