Nel panorama della birra artigianale italiana il Monastero Cascinazza rappresenta una realtà unica. Fondato nel 1971 a Buccinasco, alle porte di Milano, ospita una comunità di monaci benedettini che vive secondo la regola di San Benedetto, scandendo le proprie giornate tra preghiera e lavoro. Proprio il lavoro manuale, considerato parte integrante della vita monastica, ha portato negli anni alla nascita di diverse attività produttive, tra cui la birra. Avviata nei primi anni Duemila ispirandosi alla tradizione brassicola dei monasteri europei, la produzione di Cascinazza non è mai stata concepita come un semplice progetto imprenditoriale, bensì come uno strumento per garantire il sostentamento della comunità senza tradire il proprio equilibrio di vita. Per conoscere più da vicino l’esperienza della comunità e del birrificio, abbiamo intervistato Padre Claudio, che segue direttamente il progetto Birra Cascinazza.
Per una comunità benedettina il lavoro è parte integrante della vita quotidiana. Come è maturata la decisione di affiancare alla tradizionale attività agricola la produzione di birra e cosa ha significato questo passaggio per il monastero?
Sin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1971, il nostro monastero si è inserito nel contesto della Bassa milanese anche da un punto di vista lavorativo, assimilandone le attività tradizionali come la coltivazione dei campi e l’allevamento di vacche da latte. Tuttavia, nel tempo, l’attività agricola si è mostrata insufficiente a garantire il sostentamento della Comunità: da un lato i margini diminuivano a causa delle contingenze dell’intero settore in Italia e in Europa, dall’altro la Comunità cresceva grazie all’ingresso di diversi giovani. La decisione di produrre birra non è nata “a tavolino”, bensì obbedendo ai segni che la realtà ci manifestava man mano che procedevano le nostre ricerche di un nuovo impiego.
Inizialmente eravamo orientati verso l’artigianato, il restauro di libri o la produzione di conserve e confetture, ma nessuna di queste ipotesi si dimostrava sostenibile all’atto pratico. Alla fine, un amico ci lanciò un’idea che non avremmo mai immaginato: «Perché non fate la birra? I microbirrifici sono in crescita [parliamo di vent’anni fa, quando ce n’erano circa duecento] e soprattutto non c’è ancora in Italia un monastero che produca birra, mentre in Europa l’attività brassicola monastica vanta una tradizione secolare». Sulle prime quest’idea ci ha spiazzati e resi perplessi, ma l’incoraggiamento di amici esperti e, soprattutto, la volontà di due confratelli di impegnarsi nella verifica di questa ipotesi hanno dato il via all’avventura.
Abbiamo avvertito subito il bisogno di imparare da maestri che non fossero solo esperti di birra, ma anche monaci. Così siamo entrati in contatto con un’abbazia trappista belga, dove il lavoro è svolto interamente dai religiosi. Quello che più ci ha attratto è stato il loro modo di concepire il lavoro: «Noi facciamo la birra per vivere, non viviamo per fare la birra». Ci siamo trovati subito in sintonia, perché questo approccio permetteva di trovare un sano equilibrio tra l’attività brassicola e gli altri impegni della nostra vita monastica, in primis il ritmo di preghiera che scandisce la giornata. Dai monaci belgi abbiamo capito che la quantità limitata della produzione – volta, appunto, a integrarsi con il resto della nostra vita – non è un fattore negativo, anzi: spinge a un’attenzione costante per il continuo controllo e il miglioramento della qualità.
La produzione della birra richiede pazienza, precisione e rispetto dei tempi. Ritrovate in questo lavoro gli stessi valori che caratterizzano la vita monastica?
Certamente. Durante una visita nel nostro monastero, Kuaska (nome d’arte di Lorenzo Dabove, uno degli iniziatori del movimento artigianale birrario italiano) ci ha citato una frase incisa su botti e pareti di un noto birrificio belga: «Le temps ne respecte pas ce qui se fait sans lui» (Il tempo non rispetta ciò che si fa senza di lui). È un pensiero che ci è piaciuto molto, perché descrive non solo l’atteggiamento richiesto nei confronti di un prodotto delicato come la birra, ma anche la pazienza necessaria per seguire i segni con cui Dio porta avanti il nostro cammino. Vivere in questo modo significa coltivare un’attenzione e una disponibilità profonde nei confronti della realtà, accettando che il nostro passo sia scandito dal tempo di un Altro.
Il tempo ci ha insegnato anche l’importanza delle continue verifiche che compiamo nel nostro piccolo laboratorio, così come dei frequenti approfondimenti e confronti per migliorare la qualità. Tutto questo ci consente di produrre birre nelle quali risaltano, allo stesso tempo, una chiara continuità e un costante miglioramento.
Chi arriva oggi a conoscere Cascinazza? Appassionati di birra, pellegrini, curiosi o persone attratte dalla dimensione monastica? È cambiato il vostro pubblico rispetto agli inizi?
Se per “pubblico” si intendono le persone interessate alla birra, il nostro è un approccio molto particolare. Qui in monastero, infatti, non abbiamo un punto vendita al dettaglio: storicamente i prodotti sono sempre stati distribuiti da una rete costruita nel tempo, fatta di piccoli rivenditori, enoteche capaci di valorizzare i prodotti di nicchia o botteghe specializzate. Sotto la pressione della pandemia, poi, abbiamo inaugurato un canale di vendita online che ci permette di essere ancora più vicini a chi apprezza il nostro lavoro.
Per quanto riguarda invece le persone che frequentano il monastero (anche a prescindere dall’interesse per i nostri prodotti), assistiamo a una crescita costante e spontanea. Si tratta sia di persone storicamente legate alla nostra Comunità, sia di amici dei monaci più giovani entrati negli ultimi anni, sia di chi viene a conoscenza della nostra realtà attraverso il passaparola o il nostro piccolo periodico trimestrale. Le persone e i gruppi che ci frequentano trovano qui una testimonianza e un’amicizia che li sostiene nelle varie vicende della vita. Da questo punto di vista, a volte accade che la birra si dimostri lo spunto iniziale, ma noi ci auguriamo che da subito chi ci incontra possa sperimentare che la bontà di un prodotto non nasce semplicemente da una tecnica affinata, quanto da un’esperienza di vita unitaria in cui ogni particolare è curato.
Per il confezionamento delle vostre birre utilizzate un impianto Cime Careddu. Quanto è importante per il vostro lavoro poter contare su macchine affidabili e su un rapporto di fiducia con il proprio fornitore? C’è una contraddizione tra l’uso della tecnologia e la produzione di birra monastica?
La delicatezza di un prodotto come la birra – così suscettibile di contaminazioni microbiologiche e di stress produttivi – rende non solo importante, ma cruciale, la possibilità di affidarsi a partner in grado di coadiuvarci nel garantire il massimo livello di pulizia e precisione nelle varie fasi della produzione. L’imbottigliamento resta uno dei punti più critici dell’intero processo e la nostra Triblock Silver 9-8-1 Cime-C della Cime Careddu, da vent’anni a questa parte, si è dimostrata una macchina solida e affidabile, un vero e proprio punto fermo della nostra produzione. Un legame così longevo è la prova di come, oltre alla qualità tecnologica, per noi sia fondamentale un rapporto di fiducia e collaborazione continui con il fornitore, per arrivare insieme a “cucire su misura” (dalla costruzione fino alla taratura) la macchina sulle nostre esigenze.
Riteniamo che non ci sia alcuna contraddizione tra tecnologia e birra monastica: la tecnica, quando è guidata dall’intelligenza e dal rispetto del prodotto, diventa uno strumento prezioso per custodire e valorizzare ciò che la natura e il lavoro dell’uomo hanno generato. La tecnologia non sostituisce la cura artigianale: la sostiene, aiutandoci a preservarne l’autenticità.
Negli anni il progetto Cascinazza si è ampliato con amari, miele e idromele. È il segno di una continua ricerca oppure nasce dall’esigenza di garantire la sostenibilità economica della comunità?
Direi entrambe le cose. Anzitutto cerchiamo di diversificare i lavori in modo che, in caso di necessità o di crisi di un settore di mercato, gli altri prodotti possano equilibrare eventuali difficoltà; in ogni caso vogliamo affrontare ogni nuovo impiego in modo tale che il livello generale della qualità resti alto. Questo ampliamento della gamma, in ogni caso, non è frutto di una corsa alla diversificazione commerciale, ma di un’operosità che ci consenta di sostenerci economicamente e di affermare in ogni aspetto la dignità del lavoro manuale.
Quello che più ci interessa, infatti, non è semplicemente fornire dei prodotti ma raccontare con la nostra vita che un lavoro ben fatto è espressione del valore della persona umana. Secondo la nostra Regola, infatti, «sono veri monaci, quando vivono del lavoro delle proprie mani» (RB 48,8): il lavoro per san Benedetto esprime la dignità e la responsabilità dell’uomo, chiamato a collaborare all’opera creatrice di Dio attraverso la cura del particolare che gli è stato affidato.
Se doveste immaginare Cascinazza tra dieci anni, quali aspetti vorreste rimanessero immutati e quali invece vi piacerebbe vedere evolvere?
Tutto si è svolto finora cercando di obbedire ai segni dei tempi, ai bisogni e alle prospettive che emergevano col passare degli anni, con la crescita e con le esigenze della comunità monastica: in ogni tipo di lavoro non c’è mai stato un piano programmato a tavolino. Per questo non abbiamo la preoccupazione di immaginarci tra dieci anni. Quello che vorremmo è continuare a essere disponibili alla realtà, che noi vediamo come il cenno di un Altro che, come ha voluto il sorgere di questo monastero, così lo conduce attraverso le varie vicende del tempo. Ci interessa semplicemente vivere una serietà nella cura del lavoro ben fatto e una flessibilità nel saperci adattare rispetto alle novità che via via si presentano.











