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Bufera sulla Deep Throat, la birra “sessista” e “misogina” della beer firm italiana

Risale allo scorso anno la nascita di Deep Beer, contract brewery laziale fondata da Francesco Di Palma con un passato tra Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Cerb di Perugia e i birrifici Pausa Cafè e Baladin. All’epoca dell’apertura, Francesco mi contattò per chiedermi un parere sulle birre e a margine degli assaggi gli segnalai che avrebbe potuto avere problemi con una delle sue etichette. Nella gamma di Deep Beer compare infatti una Bitter realizzata con mais Ottofile, denominata Deep Throat e identificata da un’illustrazione piuttosto esplicita: una donna intenta a praticare una fellatio a una pannocchia dalle fattezze di un pene in erezione. E i problemi puntualmente sono arrivati. La birra è finita tra le mani dell’associazione inglese Ladies That Beer, la quale si è scagliata duramente contro l’azienda italiana accusandola di sessismo e misoginia. La vicenda è stata ripresa persino da testate mainstream, come il Morning Advertser e il Daily Mirror, riaccendendo il dibattito su un certo tipo di comunicazione non nuovo nel mondo della birra.

Premetto che a me l’etichetta della Deep Throat non piace e vi spiegherò per quale motivo, ma come potete immaginare il tema non è facile da trattare perché coinvolge molti aspetti che appartengono alla sfera personale, come il senso del pudore o il concetto di buon gusto. Comincerei allora dagli aspetti oggettivi, cioè dal significato delle accuse mosse dall’associazione femminile citata in apertura. Secondo le Ladies That Beer l’etichetta è sessista, ma per sessismo si intende un comportamento atto a discriminare una persona in base al proprio sesso. È inoltre definita misogina, termine che significa avversione o repulsione nei confronti della donna. Il problema dunque non sarebbe nella raffigurazione di un atto sessuale, quanto nel fatto che a compierlo sia una donna. Questo sarebbe scandaloso e disdicevole, non la gretta trovata di attirare il consumatore ritraendo un pompino in etichetta. Ma nell’atto in sé, cioè in una donna che pratica una fellatio, personalmente non trovo nulla di sessista o misogino e sarebbe triste se qualcuno (uomo o donna) pensasse il contrario.

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Tenderei dunque ad archiviare le accuse delle Ladies That Beer come inconsistenti e mi concentrerei sulle altre critiche mosse all’etichetta della Deep Throat, in particolare quando viene liquidata come offensiva e becera. Per quanto riguarda la possibilità che una persona si senta offesa nel vedere ritratta una fellatio, entriamo in un contesto molto soggettivo. A tal riguardo esistono livelli di sensibilità molto diversi: ad esempio c’è chi trova volgare l’etichetta della Must Kuld di Pohjala e chi ci vede semplicemente una fava di cacao dalla forma un po’ più curiosa del solito – cosa che effettivamente è. Così come c’è chi si sente offeso dall’immagine di un abbacchio al forno o dal sentire una bestemmia e a chi né l’uno e né l’altra provocano alcun effetto. Ogni discussione al riguardo rischia di inoltrarsi in un labirinto senza uscita, dove a prevalere sono esperienze e considerazioni puramente personali.

Mi sembra ben più interessante soffermarsi sul presunto squallore veicolato dall’immagine in etichetta, perché secondo me è su questo piano che ha senso discutere. Ricorrere ad ammiccamenti sessuali (più o meno espliciti) per identificare una birra mi sembra una soluzione piuttosto infantile e dalle pericolose ripercussioni a livello comunicativo. Non perché può far incavolare un’associazione come la Ladies That Beer, ma perché configura l’immagine della tua azienda in maniera netta. Con una trovata del genere a chi ti stai rivolgendo? Sicuramente a un target di un certo tipo, che fatico a considerare l’interlocutore ideale per vendere la tua birra artigianale. Spiattellare il sesso in etichetta, per di più in modo spicciolo, non fa altro che svalutare il tuo prodotto agli occhi di chi rimane indifferente – se non infastidito – da una comunicazione di questo tipo.

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La birra è da sempre una bevanda bevuta per lo più dagli uomini, ma giocare sul sesso per vendere è una pratica che trovo decisamente squallida. Con un gigantesco “però”: i richiami sessuali possono risultare strordinariamente vincenti solo se la comunicazione è realizzata in maniera intelligente. Tuttavia l’argomento è così delicato che per riuscirci bisogna ricorrere a professionisti seri e non improvvisarsi l’Oliviero Toscani dei poveri. Altrimenti il rischio, nella migliore delle ipotesi, è di costruirsi un’immagine come quella dell’amabile Jurgen Hopf di Lang Brau, che si fa ritrarre mezzo nudo in sala cotte mentre brassa la sua afrodisiaca Erotik Beer. È questo che volete per il vostro marchio? Pensateci bene.

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Per questa ragione l’etichetta della Deep Throat – avrei da ridire anche sul nome, a ben vedere – non è né sessista né misogina, ma semplicemente gretta e sbagliata, indipendentemente dalla valutazione sulla bontà intrinseca dell’illustrazione. Purtroppo però molti birrifici (non solo italiani) faticano ad affrancarsi da un certo tipo di comunicazione e puntualmente assistiamo al lancio di birre dai nomi ambigui, dalle etichette esplicite o dalle presunte capacità afrodisiache. Trovate che valgono come le battute di basso rango di quel fastidioso compagno delle scuole medie o come la sguaiata comicità (che non fa ridere) dei famigerati cinepanettoni nostrani. Evitate quindi di inserire il sesso nella comunicazione del vostro birrificio, perché distrugge la vostra immagine e non so quanti vantaggi possa portare in termini di vendite. Oppure fatelo, ma fatelo con classe. Come è riuscito a xHamster con la sua birra ufficiale (prodotta in Italia) investendo sicuramente decine di migliaia di dollari in uno spot del genere:

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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2 Commenti

  1. ho conosciuto francesco e non mi è sembrato uno che abbia puntato su un ragionamento così arzicocolato sulle etichette. Il suo intento era solo inserire giovani artisti nelle etichette, idea che avevo anche io per la mia beer1, ma l’handicap è che un artista non è un pubblicitario e l’efficacia di una etichetta è importante su uno scaffale e quello che attrae non è certo una fellazio che mal si vede da lontano (quella bottiglia ce l’ho)ma altre caratteristiche che disegni così complessi non hanno

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