L’irresistibile richiamo tropicale: ecco le birre italiane prodotte con frutta esotica

Nella seconda metà degli anni ’90 ci fu un gelato dell’Algida che ottenne un discreto successo: il Solero. Nella sua prima versione aveva un gusto intenso di frutta tropicale, caratteristica che ne decretò l’ascesa tra i consumatori. Oggi stiamo vivendo lo stesso “effetto Solero” nel mondo della birra: negli ultimi tempi, infatti, la riscoperta dell’uso della frutta nella produzione brassicola ha generato una sotto tendenza dedicata a quella prettamente esotica, che viene impiegata dai birrai per aggiungere un profilo aromatico assolutamente distintivo. Ci troviamo quindi al cospetto di birre spiccatamente aromatizzate, le cui note tra l’altro si sposano benissimo con le calde giornate estive. Anche in Italia questo trend sta crescendo di giorno in giorno, al punto che oggi possiamo passare in rassegna alcune produzioni caratterizzate proprio per questa peculiarità.

Mango

Proprio ieri, nella panoramica sulle nuove birre italiane, abbiamo presentato una birra al mango: la Mango li cani del birrificio Hibu, lanciata per il periodo a cavallo tra primavera ed estate. In realtà questo frutto di origine indiana è utilizzato con sempre maggiore frequenza nella produzione brassicola, grazie a un’ottima resa aromatica e da intense quanto eleganti note dolci e acidule. Fino a oggi in Italia il mango è stato impiegato principalmente per aggiungere note tropicali a IPA di concezione moderna, come è accaduto con la Mango Split di Ritual Lab + Eastside, la Session IPA – Ananas & Mango di Jungle Juice e la Felix di Kashmir. Ma non mancano ricette in cui la base è totalmente diversa: un esempio su tutti è quello della Guld, Saison al mango lanciata la scorsa estate da Extraomnes, ma possiamo citare anche la “natalizia” JXMas di Amiata, con ananas, mela, vaniglia e, appunto, mango.

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Melograno

Anche se completamente inserito nel nostro patrimonio agroalimentare, il melograno (di cui esiste anche una cultivar italiana) è originario dell’Est asiatico e più precisamente di una regione che va dall’Iran fino alla zona himalayana dell’India settentrionale. Profumato, intenso e acidulo, il melograno è stato usato raramente dai birrifici italiani ma con risultati interessanti. L’ultima birra del genere ad affacciarsi sul mercato è stata la Pomegranate Wheat Ale, realizzata da Canediguerra in collaborazione con Dargett, arrivata dopo le esperienze di Centolitri con la Melograno e di Casa di Cura con il lotto 14 della sua TSO. Se non ricordo male, il primo birraio italiano a confrontarsi con questo frutto è stato il maestro Luigi Serpe (all’epoca in Maltovivo) con la sua Pianto Antico.

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Frutto della passione

I bevitori hanno iniziato a entrare in contatto con note di frutto della passione alcuni anni fa, quando si diffuse l’uso di particolari luppoli aromatici, in particolare del Nelson Sauvin. Non c’è voluto molto perché i birrai decidessero di amplificare quel carattere nelle loro creazioni con l’impiego diretto della Maracuya, anche noto come Passion Fruit. Uno dei primi in Italia – se non il primo assoluto – è stato lo sperimentatore Bruno Carilli di Toccalmatto con la sua Miss Molly, una West Coast IPA che si distingue per questa insolita aromatizzazione. Il frutto della passione si ritrova anche nella “macedonia” della Passion Beer brassata dal birrificio Lambrate in collaborazione con Bevog (c’è anche mango, pompelmo e lime).

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Altri frutti esotici

La papaya è il frutto su cui si è concentrata la recente collaborazione tra MC-77 e Jungle Juice, da cui è nata la Sour Ale Toda Joia (4,8%). A quanto mi risulta al momento è l’unica birra italiana che ha provato l’impiego di questo frutto originario del Centroamerica. Il cocco è uno dei frutti tropicali per eccellenza, ma in Italia solo un birrificio l’ha sperimentato fino a oggi: Eastside con la sua Six Heaven. Restando a Latina, possiamo citare anche la 41° Parallelo del Birrificio Pontino, realizzata con kiwi giallo locale: un frutto di cui l’Italia è seconda produttrice al mondo, ma che proviene originariamente dalla Cina. Un solo esemplare italiano anche per l’uso del cocomero, nato in Africa tropicale: è la Sister Bitch di Toccalmatto, realizzata partendo da una base Blanche.

Frutti esotici rari

Dopo l’esperienza con il kiwi giallo, il già citato Birrificio Pontino ultimamente si è specializzato nell’uso di frutti tropicali, anche piuttosto rari. È il caso delle due sorelle minori della Brain Damage, di cui vi raccontai lo scorso maggio: una è brassata con Guaiava, frutto considerato miracoloso dalle popolazioni dell’Amazzonia, l’altra con Cajù e Cajà, due frutti tipici brasiliani. Come vedete le possibilità sono innumerevoli: mi aspetto a breve una birra con Frutto del drago (o Pitaya), che come nome e aspetto estetico offre anche un evidente valore aggiunto a livello di marketing.

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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4 Commenti

    • Ero rimasto che stava facendo il consulente dopo aver chiuso la lunga esperienza in Maltovivo. Una persona importante per il nostro ambiente che spero possa continuare a dare il suo contributo.

  1. Tohki-Shu con yuzu di Toccalmatto, una birra da far girare la testa, anche per i suoi 10,5 gradi alcolici. Uni spettacolo…..

  2. Mi piacciono molto le fruit beer..è un settore che andrebbe esplorato più a fondo..infinite sono le possibilità di brassarle..in ipa, stout, base lager o simile, saison, sour, ..e tante altre ancora….credo che sarà un settore che si svilupperà molto

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