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House of Guinness sbarca su Netflix: la serie è interessante, ma la birra resta sullo sfondo

A marzo dello scorso anno fu annunciata House of Guinness, una serie prodotta da Netflix e dedicata alla famiglia che diede il nome alla celebre birra scura irlandese. Ora le otto puntate sono finalmente approdate sulla piattaforma e nel frattempo le aspettative sono cresciute in maniera esponenziale. Non poteva essere altrimenti, considerando i nomi coinvolti: alla sceneggiatura c’è Steven Knight, creatore di Peaky Blinders, mentre nel cast spiccano Anthony Boyle (Manhunt), Emily Fairn (Black Mirror), Michael McElhatton (Game of Thrones) e persino Jack Gleeson, l’indimenticabile Joffrey de Il Trono di Spade. Una squadra che lasciava presagire un racconto solido e avvincente, capace di tenere insieme fedeltà storica e intrattenimento di qualità. D’altronde il marchio Guinness non è solo una birra, ma un pezzo di cultura popolare che ha superato i confini d’Irlanda, e trasformarlo in fiction televisiva significava cimentarsi con un’eredità imponente.

Ed è proprio di eredità che si parla nella serie, perché la trama segue le vicende della famiglia Guinness nell’Irlanda di metà Ottocento, all’indomani della morte di Benjamin Lee Guinness, erede di Arthur (il fondatore del birrificio) e a sua volta figura centrale della politica e della società dublinese. Protagonisti sono dunque i quattro figli di Benjamin, pronti a subentrare al padre nella conduzione dell’azienda: Arthur,  pragmatico e deciso; Edward, visionario e innovativo; Mary, scaltra e diplomatica; Richard, giovane e ribelle, la classica pecora nera della famiglia. Visti i presupposti, la serie è stata subito definita una via di mezzo tra Peaky Blinders e Succession, scomodando due tra le produzioni migliori degli ultimi anni.

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Da Peaky Blinders la serie eredità la cura per le ambientazioni, decisamente affascinanti, che ritraggono in maniera suggestiva l’Irlanda di metà Ottocento, un periodo attraversato da profondi sconvolgimenti sociali e politici. È su questa intelaiatura che si dipanano le vicende della famiglia Guinness, raccontate nel momento in cui il marchio stava per diventare un impero destinato a diventare leggendario. Sullo sfondo troviamo l’epopea della carestia, i contrasti religiosi e le prime spinte verso l’indipendenza, mentre in primo piano si muovono intrighi, ambizioni personali e conflitti familiari. L’intento è chiaramente quello di unire il fascino del dramma storico con i meccanismi tipici delle grandi saghe televisive, alternando momenti di tensione politica a dinamiche intime e domestiche. Il risultato, però, tende talvolta a dilungarsi: il racconto non sempre scorre con naturalezza e in alcuni passaggi il ritmo si appesantisce, perdendo mordente.

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Dal punto di vista della fedeltà storica, House of Guinness si muove in equilibrio tra realtà e finzione. Alcuni eventi e personaggi sono ricostruiti con accuratezza, altri invece sono piegati alle esigenze narrative e all’inevitabile spettacolarizzazione del medium televisivo. Non è un peccato originale in sé – accade in ogni dramma storico – ma qui colpisce soprattutto l’assenza quasi totale di riferimenti alla cultura birraria dell’epoca. Ci si sarebbe aspettato qualche dettaglio sulle tecniche produttive, sull’evoluzione dello stile Porter o almeno qualche rimando al mondo brassicolo del tempo. Invece la birra resta un simbolo di sfondo, evocata più come cornice identitaria che come parte viva della storia. Un’occasione mancata per arricchire il racconto con quella dimensione “culturale” che avrebbe garantito un maggiore livello di approfondimento e un valore divulgativo alla serie.

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Al netto di questi limiti, House of Guinness resta comunque un prodotto ben confezionato. Le ambientazioni sono curate con attenzione e restituiscono un’immagine credibile della Dublino vittoriana, con i suoi contrasti e le sue contraddizioni. La fotografia è elegante, i costumi convincono e la caratterizzazione dei personaggi principali funziona, sebbene la mancanza di attori di grandissimo carisma finisca per pesare nei momenti in cui la narrazione avrebbe bisogno di un guizzo in più. Alcune scelte registiche e narrative, sulla carta interessanti, risultano un po’ pacchiane nella resa finale, togliendo smalto a un progetto che ambiva a collocarsi nella scia delle grandi serie storiche degli ultimi anni.

In definitiva House of Guinness è una produzione che dimostra lo sforzo di Netflix nel confezionare un titolo di qualità, ma che manca del mordente necessario per elevarsi al rango delle eccellenze televisive. Vale comunque la pena dargli una possibilità: i giudizi in giro sono discordanti e non mancano recensioni entusiastiche. Se siete curiosi di immergervi in una saga familiare intrecciata con uno dei marchi più iconici del mondo birrario – anche se la birra resta più evocata che raccontata – potreste comunque trovare motivi di interesse.

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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