Ci sono birrifici che nascono con un’identità già definita e altri che la costruiscono nel tempo, stratificando esperienze, relazioni e scelte produttive. Altotevere si colloca esattamente a metà tra queste due categorie. Fin dalla nascita, avvenuta nel 2016, il progetto ha mostrato una forte connessione con il territorio, evidente già nel nome e nella sua collocazione geografica: l’Alta Valle del Tevere (o Valtiberina), in Umbria, a ridosso del confine con la Toscana. Tuttavia è negli anni successivi che questa intuizione iniziale si è trasformata in una visione più ampia e consapevole, capace di abbracciare non solo la produzione brassicola, ma anche la ristorazione, la filiera agricola e la relazione diretta con il pubblico. Negli scorsi giorni abbiamo contattato i soci Daniele Socali e Loris Marinetti per farci raccontare la loro avventura.
Siamo in una zona di confine, anche dal punto di vista brassicolo. Quando siamo partiti non c’erano molte realtà con un approccio moderno, quindi in un certo senso è stato un progetto pionieristico per il territorio.
Il birrificio nasce inizialmente nel 2016 come struttura produttiva destinata ad accogliere la beer firm Monkey Beer, ma sin da subito mostra l’ambizione di andare oltre il semplice ruolo di “contenitore”. Questa fase rappresenta un banco di prova importante, utile a consolidare competenze e a definire progressivamente un’identità autonoma. Ma è anche il momento in cui prende forma un’intuizione destinata a segnare il percorso futuro: quella di affiancare alla produzione uno spazio capace di creare relazione diretta con il pubblico.
Dal birrificio al bistrot: costruire cultura attraverso l’esperienza
L’idea di affiancare una tap room alla produzione rappresenta uno degli elementi distintivi del progetto, soprattutto in un contesto territoriale dove la cultura della birra artigianale era ancora poco diffusa. In questo senso, lo spazio di mescita non è stato soltanto un canale commerciale, ma uno strumento fondamentale per costruire un dialogo con il pubblico, raccogliere feedback e contribuire alla diffusione di una nuova consapevolezza intorno al prodotto.
Nel corso degli anni, la tap room ha subito un’evoluzione significativa, trasformandosi progressivamente in un bistrot strutturato. Un cambiamento che non è stato frutto di una strategia predefinita, ma il risultato naturale di un percorso condiviso con i clienti. Alla crescita dell’interesse verso la birra artigianale si è infatti affiancata una crescente attenzione per il cibo, portando Altotevere a sviluppare una proposta gastronomica sempre più articolata, ma coerente con la propria identità.
All’inizio era semplicemente il luogo dove far conoscere la birra artigianale. Poi, piano piano, siamo riusciti a fare lo stesso lavoro anche sul cibo, affiancando proposte di qualità e sempre più legate al territorio.
Oggi il bistrot rappresenta una delle anime centrali del progetto. La cucina si basa su ingredienti selezionati, spesso provenienti da produttori locali con cui il birrificio ha instaurato rapporti diretti. Non si tratta solo di una scelta qualitativa, ma di un vero e proprio modello culturale, che punta a valorizzare il territorio in tutte le sue espressioni. In alcuni casi, questa relazione assume anche forme circolari, come nel riutilizzo delle trebbie per l’alimentazione animale da parte di aziende agricole della zona, creando un sistema virtuoso che integra produzione brassicola e filiera agroalimentare.
Equilibrio e identità: la filosofia produttiva di Altotevere
Parallelamente, anche la produzione ha seguito un percorso di crescita graduale ma costante. Dall’impianto iniziale, con tre fermentatori e una capacità limitata, si è passati a una struttura più articolata, accompagnata da un ampliamento della cantina e da un’evoluzione delle competenze interne. Un momento chiave è rappresentato dal 2019, quando cambia la gestione della produzione e viene definita in maniera più precisa la direzione stilistica del birrificio.
Oggi circa il 70% della nostra produzione è rappresentato da birre di ispirazione americana. È lo zoccolo duro del birrificio, ma accanto a questo sviluppiamo anche basse fermentazioni, birre belghe e produzioni più sperimentali.
Nonostante la varietà della gamma, Altotevere mantiene una forte coerenza interna, fondata su alcuni principi chiave. Tra questi, il più importante è probabilmente quello della bevibilità, intesa non come semplificazione, ma come equilibrio complessivo tra le componenti della birra. Un approccio che riflette anche le esperienze formative dei birrai, tra influenze della scuola inglese e attenzione al controllo qualitativo.
Ci interessa fare birre che si bevano bene, sempre. Che abbiano complessità, ma che non stanchino. Il bilanciamento per noi è fondamentale.
Il legame con il territorio si esprime anche attraverso le materie prime. Negli ultimi anni il birrificio ha intrapreso un percorso sempre più deciso verso l’utilizzo di ingredienti locali, arrivando a impiegare malti 100% umbri e collaborando con aziende agricole della zona per la realizzazione di birre speciali. Progetti come Arca, sviluppato insieme a Birra Perugia, rappresentano un esempio concreto di questa direzione, così come le sperimentazioni legate all’impiego di frutta, erbe officinali e altre botaniche del territorio.
In questo contesto si inserisce anche il rapporto con l’azienda agricola Ca’ dell’Odola, collegata allo stesso gruppo, con cui Altotevere condivide forniture e progetti sperimentali. Tra questi, uno dei più interessanti riguarda la coltivazione di orzo in regime biologico, ancora in fase iniziale ma potenzialmente significativo per il futuro della produzione.
Forma e sostanza: lattine, design e visione futura
Un altro passaggio cruciale nella storia recente del birrificio è rappresentato dall’introduzione della lattina come formato principale di confezionamento. La scelta, avvenuta nel 2020, è stata dettata sia da motivazioni tecniche che da una precisa visione del prodotto e della sua conservazione.
All’inizio la lattina subiva ancora una certa resistenza, era vista come un contenitore meno nobile. Ma per noi è sempre stata la soluzione migliore per garantire qualità e stabilità.
L’adozione di un impianto Cime Careddu ha permesso di controllare in maniera più precisa parametri fondamentali come ossigeno disciolto e carbonazione, migliorando sensibilmente la qualità del prodotto finito. Nel tempo, la lattina è diventata il formato di riferimento per la maggior parte delle birre, indipendentemente dallo stile o dalla gradazione, contribuendo anche a ridefinire l’immagine del birrificio.
Parallelamente, grande attenzione è stata dedicata allo sviluppo dell’identità visiva. Le etichette di Altotevere si caratterizzano per uno stile riconoscibile, costruito su elementi ricorrenti che garantiscono coerenza senza rinunciare alla varietà espressiva. Il processo creativo è condiviso con un team di grafici e si sviluppa in modo flessibile, partendo di volta in volta da suggestioni diverse.
Abbiamo deciso fin dall’inizio di darci delle regole, degli elementi identitari. Questo ci aiuta a essere riconoscibili e a non creare confusione, pur mantenendo libertà creativa.
Guardando al futuro, Altotevere sembra orientato verso una crescita progressiva e controllata. L’obiettivo non è aumentare rapidamente i volumi, ma consolidare la qualità attraverso investimenti mirati, in particolare sull’automazione di alcune fasi produttive. Un percorso già avviato negli ultimi anni e destinato a proseguire nel breve e medio termine.
Il 2026 rappresenta intanto un traguardo simbolico importante: i dieci anni di attività. Un anniversario che il birrificio intende celebrare con una serie di iniziative capaci di riunire tutte le componenti del progetto, dai birrifici amici ai produttori locali, fino agli artisti e agli operatori culturali che gravitano attorno alla realtà.
Il compleanno è prima di tutto una festa. Un modo per mettere insieme tutte le persone con cui lavoriamo durante l’anno e condividere quello che abbiamo costruito.
Un approccio che sintetizza bene l’identità di Altotevere: un birrificio che non si limita a produrre birra, ma costruisce relazioni, valorizza il territorio e sviluppa una visione contemporanea, concreta e coerente del proprio mestiere.









