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Il birrificio Lucky Brews cerca aiuto birraio/cantiniere

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Bastian Contrario cerca distributori e agenti sul territorio nazionale

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Birrificio Cajun: ancora una novità dalla Toscana

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CajunLa Toscana si conferma ancora la regione emergente nel panorama nazionale della birra artigianale. Ai tanti birrifici nati negli ultimi tempi si è da poca aggiunta una nuova realtà: Cajun. L’idea alla base di questo progetto prende forma all’inizio del 2006, quando Gianfranco Amadori e Walter Scarpi decidono di gettarsi nell’avventura dell’arte brassicola, ancora ammaliati dal fascino delle birre artigianali dopo anni passati a consumare prodotti industriali.

Grazie alla collaborazione con il Birrificio Lodigiano e con enti e associazioni locali, il Cajun riesce a brassare la sua prima creatura, la LOM, prodotta con “Marron Buono di Marradi”. La ricetta si perfeziona più tardi, quando il Cajun avvia un partnership produttiva col vicino Birrificio Rhyton.

La BBC racconta la vita da pub

Se avete un po’ di tempo libero, vi consiglio di seguire questo documentario della BBC che racconta la vita da pub britannica e ne ripercorre la storia. Ovviamente il tutto in lingua inglese.

 

Baladin debutta nella bassa fermentazione

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Baladin NanaATTENZIONE: questo è un passato Pesce d’Aprile!

Alla fine anche il più importante birrificio artigianale d’Italia, il Baladin, rivoluziona le proprie abitudini con il suo primo prodotto a bassa fermentazione. La birra si chiamerà Nana, un nome ricorda in qualche modo le precedenti creature del birrificio di Piozzo, ma che è anche un chiaro gioco di parole con riferimento al metodo di produzione. La Nana rientrerà nella categorie delle pils, anche se chiaramente subirà le influenze della spiccata creatività di Teo Musso.

Il dilemma Wetherspoon

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International Real-Ale FestivalIn questi giorni i blog birrari del Regno Unito si stanno dividendo nel giudicare la principale manifestazione birraria del momento sul loro territorio: l’International Real-Ale Festival. L’evento vanta ben 50 Real Ale provenienti da tutta la Gran Bretagna e dall’estero, con diverse chicche tra prodotti pluripremiati e birre realizzate per l’occasione. Gli organizzatori lo definiscono “il più grande festival di Real Ale del mondo”. Motivo dell’appellativo? Semplice: il festival è ospitato dai quasi 700 pub di proprietà della Wetherspoon, disseminati su tutto il territorio inglese. Dietro al numero impressionante si nasconde una delle maggiori PubCo britanniche, catene di pub che stanno lentamente cambiando la scena birraria d’oltremanica, favorendo la scomparsa dei pub tradizionali.

Il rischio di omologazione rappresentanto dalle PubCo è altissimo, basta gettare uno sguardo al sito della Wetherspoon per essere avvolti da un’atmosfera che ricorda più i McDonald’s che le classiche public house inglesi. Per chi ama le tradizioni britanniche e un certo modo di vivere la cultura birraria, ovviamente queste aziende sono un reale pericolo, anche quando cercano di mantenere alto il livello qualitativo delle birre commercializzate.

Un lambic dalla Scandinavia: Tyttebær

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TyttebærDovrebbe ormai mancare pochissimo al lancio di una nuova birra nata dalla collaborazione tra due delle più importanti realtà artigianali del nord Europa: la norvegese Nøgne Ø e la danese Mikkeller. Il risultato sarà un prodotto particolarissimo dal nome (per noi) piuttosto ostico: Tyttebær. Il termine si riferisce all’appellativo norvegese del nostro mirtillo rosso (Vaccinium vitis-idaea). Particolarità di rilievo: verranno impiegati lieviti selvaggi, dunque si tratterà a tutti gli effetti di una sorta di kriek. Chi ha avuto la fortuna di provare qualche creatura dei due birrifici non potrà che nutrire un minimo di interesse per la notizia.

The Local Brew: le micro americane in DVD

The Local Brew è un interessante progetto americano, nato da poco ma già molto promettente. L’idea, di per sè neanche troppo originale, è di realizzare una serie di documentari televisivi presso i più importanti microbirrifici degli Stati Uniti (sul sito si parla di “mondo”, ma vogliamo essere realisti), ripercorrendo le fasi di produzione, intervistando i birrai, svelando i segreti di ogni produttore. Niente di eclatante insomma, se non fosse che gli americani, quando decidono di fare qualcosa, la fanno in grande. Basta infatti vedere il minuto e mezzo di trailer della puntata dedicata alla Stone Brewing (qui sotto), per capire che siamo di fronte a un prodotto tecnicamente confezionato in modo impeccabile.

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Chiude il museo di Burton-on-Trent

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Negli scorsi giorni è rimbalzata su diversi siti birrari la notizia che il prossimo giugno chiuderà i battenti lo storico museo di Burton-on-Trent, in Gran Bretagna. Roger Protz ha spiegato sul proprio blog la gravità dell’annuncio, che di fatto lascerà l’Inghilterra senza un grande museo dedicato all’arte brassicola nazionale e internazionale. Il sito, originariamente conosciuto come Bass Museum, fu acquistato dalla multinazionale americana Coors, che ora si è pronunciata per la chiusura.

Secondo le dichiarazioni dell’azienda statunitense, alla base della scelta ci sono meri calcoli economici: l’affluenza al museo è gradualmente calata, nonostante le diverse promozioni per i visitatori proposte negli anni, fino al punto in cui è diventato insostenibile per la Coors continuare a sostenere le spese di gestione (oltre un milione di sterline l’anno). L’obiettivo è di trasferire tali fondi per supportare i marchi principali della multinazionale.

Boskeun: alla spina e a Roma!

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BoskeunChi durante i propri viaggi birrari ha avuto la fortuna di visitare De Dolle, sarà rimasto affascinato da un luogo senza tempo, una sorta di Paese delle Meraviglie, nel quale è ovunque presente il marchio inconfondibile dei “birrai pazzi”. Il birrificio belga possiede un’atmosfera così unica che, una volta superata la soglia del pittoresco ingresso, la birra diventa l’ultimo dei problemi per un appassionato. Eppure lì, in quel paesetto quasi sperduto, è possibile bere alla spina alcuni tra i prodotti più buoni e originali di tutta la scena artigianale belga. Personalmente ho avuto la fortuna di trovare, tra le altre, una memorabile Lichtervelds, che mi è rimasta impressa per tutto il resto del viaggio in Belgio.

Garde Dog: una Bière de Garde made in USA

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Garde DogLa Flying Dog, birrificio americano molto in voga ultimamente, ha annunciato sul proprio blog la commercializzazione di una nuova birra stagionale: la Garde Dog. Come il nome lascia intendere, si tratta di una personale interpretazione del classico stile francese della Bière de Garde: tipologia piuttosto particolare, con nette influenze fiamminghe, caratterizzata da corpo medio e un vasto ventaglio di note floreali. E’ una birra adatta ai mesi primaverili, che può lasciare facilmente spiazzati poiché si discosta molto da stili più tradizionali.

Punto cardine della Bière de Garde è l’eleganza del prodotto finale, perciò sarà interessante verificare come questo aspetto si sposerà con le consuetudini dell’arte brassicola americana. Nonostante molte birre provenienti dagli USA presentino caratteri piuttosto estremi, a volte è proprio cimentandosi con tradizionali stili europei che i birrai americani hanno sfornato veri gioielli. I puristi senz’altro storceranno il naso di fronte alla scelta della Flying Dog, ma l’abilità del produttore in questione mi lascia moderatamente ottimista. Staremo a vedere…

La Malheur 12 cambia faccia (e gusto)

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La Malheur 12 non è propriamente una birra che mi fa impazzire, ma gode tuttavia di un’ampia schiera di estimatori in giro per il mondo. Ebbene, come riportato su Belgian Beer Board, il prodotto in questione ha subito un’evidente trasformazione sia nel “packaging” che nel gusto, con l’obiettivo, neanche troppo celato, di imporsi nella grande distribuzione: in Belgio infatti sta aumentando visibilmente la possibilità di trovare Malheur sugli scaffali delle principali catene di supermercati.

Dal punto di vista visivo la novità che salta subito all’occhio è la nuova etichetta: addio alla confusa “texture” tendente al grigio in favore di colori più accesi (rosso e giallo) e marchio ben in vista. Anche la bottiglia cambia, con l’abbandono del formato da 25 cl in favore di quello da 33 cl. Due mosse di puro marketing, che tendono evidentemente ad assecondare gli standard della grande distribuzione.

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