Quando si parla di birrifici monastici, il rischio di scivolare nella retorica è sempre dietro l’angolo. Tradizione millenaria, silenzio dei chiostri, ricette tramandate nei secoli: un immaginario potente, che spesso però fatica a fare i conti con la realtà contemporanea. È probabilmente anche per questo che la recente notizia della vendita del birrificio monastico più antico del mondo ha fatto così rumore, tanto da essere rilanciata da diverse testate, non solo specialistiche. Protagonista della vicenda è il tedesco Klosterbrauerei Weltenburg, che produce birra in maniera praticamente continuativa dal 1035. La sua cessione assume quindi una dimensione simbolica molto rilevante, che si inserisce peraltro in un contesto socio-economico caratterizzato da grandi cambiamenti.
La vicenda si svolge in Baviera, lungo il corso del Danubio, dove sorge l’abbazia benedettina di Weltenburg. Produrre birra all’interno dei monasteri è una consuetudine antichissima nella storia della nostra bevanda, che si è tramandata fino ai giorni nostri. Klosterbrauerei Weltenburg vanta però il titolo di birrificio monastico più antico del mondo: un primato che si contende da sempre con l’abbazia di Weihenstephan, situata anch’essa in Baviera, ma che gli ultimi ritrovamenti documentali assegnano al birrificio di Weltenburg. Parliamo quindi di un riferimento assoluto nella storia della birra europea, con alle spalle mille anni di attività che, almeno simbolicamente, sembravano intoccabili.
Le cause della vendita
E invece no. Nei giorni scorsi è arrivata la conferma ufficiale: il birrificio è stato venduto a Schneider Weisse, uno dei più importanti produttori indipendenti bavaresi, specializzato in birre di frumento. Occorre tuttavia segnalare che da tempo il birrificio di Weltenburg non era più gestito direttamente dai monaci. Nonostante la proprietà fosse sempre rimasta all’abbazia, da decenni la produzione era stata affidata a personale assunto dal birrificio Bischofshof, controllato dalla diocesi di Ratisbona. Una scelta dettata dal peso economico dell’attività brassicola, diventata sempre più difficile da sostenere per i monaci di Weltenburg.
Le difficoltà del Klosterbrauerei Weltenburg non sono casuali, ma si inseriscono all’interno della preoccupante evoluzione della birra in Germania. Il mercato tedesco, infatti, è in contrazione da anni a causa dell’aumento dei costi di produzione e gestione e dei cambiamenti nelle abitudini dei consumatori. La competizione è diventata molto più feroce e richiede investimenti costanti in impianti, logistica e distribuzione. Tutti elementi che mal si conciliano con le risorse e le priorità di una comunità monastica, la cui missione principale non è certo fare impresa.
La cessione a Schneider Weisse
Di fronte a ostacoli ormai diventati insuperabili, i monaci hanno deciso di cedere il birrificio. È stata una scelta pragmatica, compiuta per preservare la sopravvivenza del birrificio di fronte a un declino ormai segnato. Per questa ragione la selezione dell’acquirente non è stata casuale: Schneider Weisse non è un gruppo finanziario né un colosso multinazionale, ma un birrificio familiare fondato nel 1872, profondamente radicato nella tradizione bavarese e noto per l’attenzione alla qualità e alla storia brassicola. Un soggetto che, almeno nelle intenzioni dichiarate, offre garanzie di continuità e rispetto dell’identità di Weltenburg.
Secondo quanto riportato dalle fonti, l’accordo prevede che il marchio Klosterbrauerei Weltenburg venga mantenuto, così come le ricette storiche e il legame con il territorio. Il birrificio continuerà a operare come tale, mentre il monastero potrà concentrarsi sulle proprie attività religiose e culturali, senza il peso di una gestione industriale sempre più complessa. Gli accordi dovrebbero prevedere anche la cessione del birrificio Bischofshof, che, come spiegato, era legato a doppio filo con Weltenburg.
Conclusioni
Questo passaggio segna comunque una svolta storica. Per la prima volta dopo quasi un millennio, il birrificio di Weltenburg non è più di proprietà monastica. Un fatto che ha un forte valore simbolico e che interroga l’intero modello dei birrifici monastici nel XXI secolo. Vale la pena ricordare che non si tratta di un caso isolato. Nel corso dei secoli, molti birrifici legati a monasteri sono stati secolarizzati, venduti o trasformati. Guardando poi a un altro ordine monastico, quello dei cistercensi della stretta osservanza, è impossibile non citare la crisi della birra trappista, causata dalla mancanza di ricambio generazionale nelle relative comunità religiose.
Il futuro quindi è sempre più fosco per i birrifici monastici di tutti gli ordini. Da un lato c’è la difficoltà a mantenere in vita strutture produttive storiche in un contesto economico radicalmente cambiato. Dall’altra la difficoltà nel trovare manodopera all’interno della comunità monastica, senza ricorrere a forze esterne o – peggio ancora – cedendo la licenza dello sfruttamento dei marchi. A ben vedere è quasi un miracolo che certe realtà siano arrivate al giorno d’oggi senza subire cambiamenti drastici. È ovvio chiedersi quanto potranno resistere ancora in tali condizioni.








