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Le Cask Ale patrimonio dell’Unesco? Il Camra lancia la sua campagna

Il Regno Unito vanta una delle culture birrarie più antiche e affascinanti del mondo, strettamente legata alle consuetudini storiche e sociali del popolo britannico. Ora il Camra, l’associazione che difende le tradizioni brassicole locali, ha lanciato una campagna per ottenere il massimo riconoscimento previsto a livello internazionale: l’inserimento delle Cask Ale nella lista dei patrimoni culturali immateriali dell’Unesco. Per Cask Ale si intendono le birre prodotte, distribuite e servite in maniera tradizionale: sono per l’appunto  confezionate in cask – piccole botti metalliche – piuttosto che in fusti e sono servite tramite le classiche handpump, cioè vere e proprie “pompe” utilizzate al posto dei moderni sistemi di spillatura a gas. Le Cask Ale nascondono usanze, competenze, dettagli e attenzioni che rappresentano una parte importante della cultura birraria del Regno Unito. Ed è questo aspetto che ora il Camra punta a valorizzare con la campagna lanciata nelle scorse settimane.

L’obiettivo secondario del Camra è di ridare visibilità a una nicchia di mercato che rischia di scomparire nei prossimi anni. Sebbene la birra in cask copra circa il 10% di tutta quella servita alla spina nel Regno Unito, negli ultimi decenni la sua popolarità è calata sensibilmente. La rivoluzione della birra artigianale degli ultimi anni ha portato alla ribalta birrifici più moderni, che raramente ricorrono al confezionamento in cask, lasciando nell’ombra gran parte dei produttori tradizionali. Il Camra si impegna da anni per preservare il patrimonio culturale della birra britannica, con risultati incoraggianti.

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Come funziona la campagna del Camra

Come racconta Francesca Morbidelli su Pinta Medicea, la campagna è ancora nella sua fase iniziale. Si stanno raccogliendo le firme (ne servono 100.000, ma solo da cittadini britannici) per portare l’istanza direttamente in Parlamento, così da inserire le Cask Ale nell’Inventario del Patrimonio Vivente del Regno Unito. Sarebbe solo il primo passo verso un futuro riconoscimento ufficiale da parte dell’Unesco.

Di strada da percorrere ce n’è ancora tanta, ma Jonny Garrett, primo promotore dell’iniziativa, ha le idee chiare: la campagna è fondamentale per sostenere una tradizione birraria unica al mondo. Ecco le sue dichiarazioni, come riportate dal Guardian:

Siamo l’unica nazione al mondo che mantiene viva in maniera regolare la tradizione delle birre in cask. […] Nei secoli abbiamo sviluppato questo incredibile patrimonio brassicolo, fatto di birre da 4% alc., maltate ed equilibrate che tutti ci invidiano. Eppure tendiamo a ignorarlo e a esaltare la birra americana, belga e tedesca, senza ricordare che possediamo una tradizione brassicola famosa in tutto il mondo.

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I precedenti: il successo del Belgio, il flop della Germania

Nel video che promuove la campagna, si fa esplicito riferimento alla birra belga. Nel 2016, infatti, il Belgio riuscì a inserire la sua cultura birraria nella lista dei patrimoni culturali immateriali dell’Unesco e ora il Camra punta chiaramente a ottenere lo stesso risultato. C’è però una differenza sostanziale: all’epoca il Belgio puntò a valorizzare il suo patrimonio birrario nel suo complesso, senza concentrarsi su un elemento in particolare; il Camra invece ha deciso di puntare su un aspetto nello specifico, quello cioè delle Cask Ale. Si tratta dunque di una strategia differente: focalizzarsi solo sulle birre in cask, pur con tutto il carico di consuetudini e usanze che portano con sé, significa trascurare altri aspetti della cultura birraria britannica, come l’importanza sociale dei pub, il ricorso a tecniche produttive uniche (come il Burton Union System) e il peso specifico di alcune tipologie brassicole (Porter, India Pale Ale, ecc.). È come se il Belgio avesse promosso solo il Lambic o la tradizione delle scure delle Fiandre (Oud Bruin, Flemish Red Ale) invece del proprio patrimonio birrario nella sua totalità.

Una scelta che sarebbe stata legittima e forse altrettanto vincente, sia chiaro. Ma decidere cosa sottoporre all’Unesco non è banale. Ne sa qualcosa la Germania, che nel 2013 si vide rifiutare dall’organismo internazionale una proposta analoga. All’epoca i tedeschi provarono a inserire la loro cultura birraria nella lista dei patrimoni intangibili dell’Unesco puntando tutto sul Reinheitsgebot, il celebre Editto della purezza. In patria è considerato un disciplinare qualitativo, ma in realtà nacque nel XV secolo come semplice legge di “tutela alimentare”, la cui adozione peraltro comportò la scomparsa di molti stili birrari regionali. Fu forse per questo motivo che l’Unesco respinse la richiesta della Germania, la cui scelta fu probabilmente molto ingenua. Un errore che il Camra sembra destinato a non ripetere puntando sulle Cask Ale, ma di cui avremo certezza solo nei prossimi mesi. Sempre che, nel frattempo, la campagna raggiunga il suo obiettivo.

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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