Nel mondo della birra artigianale esistono cicli che si ripetono, anche se non sempre ce ne accorgiamo. Uno di questi è quello del buyback, cioè il riacquisto da parte dei fondatori (o comunque di soggetti indipendenti) di birrifici precedentemente ceduti a grandi gruppi industriali. Non si tratta di un fenomeno nuovo né particolarmente frequente, eppure negli ultimi anni è tornato sotto i riflettori grazie a una serie di casi significativi. Parliamo di episodi concentrati tra il 2022 e il 2023, ma che oggi – a distanza di qualche tempo – mostrano un quadro interessante dell’evoluzione del mercato craft. Il buyback è un processo che racconta molto delle strategie dei grandi player – sempre più prudenti nel segmento craft – e delle opportunità che talvolta forniscono ai fondatori originari.
Hibu: il caso italiano
Il caso più vicino a noi è quello di Hibu (sito web), forse il più sorprendente perché arrivato in un contesto, quello italiano, in cui le acquisizioni industriali sono state pochissime. Nel 2017 il birrificio brianzolo passò sotto il controllo di Heineken tramite Dibevit, ponendo fine al percorso indipendente iniziato da Raimondo Cetani e Tommaso Norsa, che comunque restarono all’interno dell’azienda mantenendo il controllo delle operazioni anche dopo la cessione.
Cinque anni dopo, però, la storia cambiò direzione. Come raccontammo all’epoca, Norsa e Cetani a loro volta rilevarono Hibu da Heineken, riportando il birrificio nel perimetro artigianale. È stato un ritorno alle origini che ha riguardato non solo la proprietà ma anche la filosofia produttiva: un tentativo di ricostruire una comunità, un’identità e un rapporto diretto con i consumatori, elementi che spesso si attenuano quando si entra in un colosso multinazionale. Hibu resta un unicum nel panorama italiano, ma è perfettamente allineato a quanto avvenuto nello stesso periodo negli Stati Uniti.
Funky Buddha Brewery
Tra i casi più discussi oltreoceano c’è quello di Funky Buddha (sito web), birrificio fondato nel 2010 in Florida e diventato rapidamente una delle realtà più dinamiche del Sud-Est americano. Nel 2017 il birrificio fu acquisito dal colosso Constellation Brands, lo stesso gruppo proprietario di Corona e Ballast Point (quest’ultima a sua volta protagonista di un altro celebre investimento industriale finito male).
Nel 2023, però, i fondatori Ryan e KC Sentz riuscirono a riacquistare il marchio, riportandolo alla dimensione indipendente. Il ritorno in mani “familiari” fu accompagnato da un messaggio molto chiaro: Constellation Brands stava progressivamente disimpegnandosi dal segmento craft, e Funky Buddha, pur avendo goduto di risorse e visibilità, non rientrava più nelle priorità strategiche del gruppo. Il buyback è stato dunque una conseguenza della volontà di Constellation Brands di ristrutturare il proprio portafoglio, ma anche del desiderio dei fondatori di riprendere il controllo produttivo e commerciale della loro creatura.
Appalachian Mountain Brewery
Anche la storia di Appalachian Mountain Brewery (sito web), in Carolina del Nord, è un perfetto esempio della volatilità degli investimenti industriali nel craft americano. AMB era stata acquisita da AB InBev tramite la sua divisione dedicata ai birrifici indipendenti. Dopo qualche anno di convivenza non sempre semplice, nel 2023 i fondatori annunciarono di aver riacquistato l’azienda.
Il ritorno alla proprietà originale arrivò in un momento in cui AB InBev stava riconsiderando il peso del segmento craft nella propria strategia commerciale, complice un mercato sempre più frammentato e difficile da controllare. Per AMB il buyback ha significato riprendere in mano la direzione locale del marchio, con un’attenzione maggiore alla comunità e alla distribuzione regionale, elementi fondamentali per il successo dei birrifici del Sud-Est americano.
Four Corners Brewing
Caso simile per Four Corners Brewing (sito web), birrificio texano entrato nel 2018 nel portafoglio craft di Constellation Brands. Anche in questo caso l’avventura industriale non è durata troppo: nel 2023 Constellation annunciò il ritorno di Four Corners ai suoi fondatori, nell’ambito di una più ampia uscita dell’azienda dal segmento craft.
La comunicazione ufficiale parlava di una “ridefinizione delle priorità”, ma il messaggio era chiaro: gli investimenti nel craft non garantivano più la crescita attesa. Per Four Corners il buyback fu accolto con entusiasmo dalla comunità locale, perché il marchio aveva costruito la propria identità su un forte radicamento culturale a Dallas, difficilmente compatibile con una gestione centralizzata.
Lucky Bucket Brewing
Tra i casi meno noti ma altrettanto rappresentativi c’è quello di Lucky Bucket (sito web), birrificio del Nebraska. Nel 2015 Lucky Bucket era entrato nell’orbita di un gruppo di investitori, perdendo la propria indipendenza operativa. Nel 2023 il co-fondatore Zach Tremblay riuscì a riacquisire la maggioranza delle quote, riportando il birrificio nelle mani di chi lo aveva creato. Anche in questo caso la motivazione fu duplice: da un lato gli investitori avevano perso interesse nel segmento craft; dall’altro l’operazione permise a Lucky Bucket di ritrovare il proprio stile originario, più sperimentale e locale, dopo anni di tentativi di espansione non particolarmente incisivi.
Conclusioni
Il fenomeno del buyback racconta un momento particolare della storia della birra artigianale: non l’epoca delle acquisizioni, né quella del boom industriale, ma quella del “ripensamento”. I grandi gruppi hanno capito che il craft non è un segmento facilmente scalabile, né sempre redditizio sul lungo periodo. I birrifici, dal canto loro, fanno i conti con l’identità: una volta ceduta, non sempre si integra bene nelle logiche industriali.
Il ritorno all’indipendenza non è solo un fatto economico: è un atto culturale. È la dimostrazione che la forza del craft non sta nei volumi prodotti, ma nella capacità di costruire un rapporto diretto con il territorio, i consumatori e la propria visione birraria. Non è detto che il buyback diventi un trend strutturale, ma i casi degli ultimi anni suggeriscono una verità semplice: per molti birrifici la libertà creativa e la coerenza identitaria valgono più di qualsiasi acquisizione.










