A trent’anni dalla sua nascita, la birra artigianale italiana sembra giunta a una fase di svolta. Finiti gli anni del boom e cominciato il periodo delle difficoltà, il settore è entrato in un momento in cui dovrà reinventarsi, cambiare approccio e studiare nuove strategie commerciali e di posizionamento. Questo processo non sarà né facile né indolore e si giocherà su diversi tavoli, non ultimo quello legislativo. In tal senso negli ultimi giorni sono arrivate da Unionbirrai – l’associazione che riunisce i piccoli produttori indipendenti – notizie molto interessanti, che introducono novità significative per l’attività quotidiana dei birrifici.
Il definitivo superamento del DPR 1498/1970
Partiamo dalla novità apparentemente più importante, soprattutto in chiave futura. Negli scorsi giorni il Senato ha approvato, in seconda lettura, il DDL PMI, compreso l’emendamento a firma del senatore Luca De Carlo, presidente della Commissione Agricoltura di Palazzo Madama. Si tratta di emendamento molto importante, perché rende legge l’abrogazione del DPR 1498/1970, ossia l’insieme di regole che da oltre cinquant’anni regolano alcuni parametri del prodotto birra, come acidità totale, acidità volatile e grado alcolico minimo.
Dal momento in cui la legge sarà pubblicata in Gazzetta Ufficiale, decorreranno 180 giorni entro cui il Ministero dell’Agricoltura, di concerto con il Ministero delle Imprese, il Ministero dell’Economia e il Ministero della Salute, dovrà adottare il decreto attuativo. Sarà un passaggio fondamentale e delicato, perché è in questa fase che saranno definiti i nuovi parametri.
Vittorio Ferraris, Direttore Generale di Unionbirrai, ha commentato così la notizia:
È un passaggio storico per il nostro settore. Finalmente si apre la strada a una normativa coerente con l’evoluzione produttiva, con gli standard europei e con la crescente qualità delle produzioni italiane. Siamo pronti a lavorare fin da subito al tavolo tecnico che sarà convocato dal ministro Francesco Lollobrigida. Ora serve un confronto rapido e fondato su basi tecniche solide, per tradurre questo risultato in una riforma efficace e concreta.
La svolta per le Italian Grape Ale
Le Italian Grape Ale rappresentano il primo stile birrario riconosciuto espressamente come italiano. Eppure – un’assurdità tipica del nostro paese – la loro produzione e commercializzazione è stata sempre gravata dal rischio di contestazioni, sequestri e sanzioni amministrative. Il motivo? L’impiego di ingredienti tipici della produzione vitivinicola, il cui riferimento in etichetta configurerebbe, secondo alcune cervellotiche interpretazioni normative, una pratica ingannevole ai danni dei consumatori. Nonostante, sempre secondo la legge (art. 2, comma 4, l. n. 1354/62), i birrifici siano obbligati a specificare l’ingrediente speciale nella denominazione del prodotto (“birra alle ciliegie” o “birra alle castagne”, ad esempio) quando questo ha un impatto decisivo sulle caratteristiche organolettiche dello stesso.
Questo gigantesco cono d’ombra, utilizzato spesso in maniera strumentale dagli organi di controllo, è stato superato dal chiarimento arrivato di recente dal Ministero dell’Agricoltura. Su interpello di Unionbirrai, infatti, l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF) ha spiegato che le birre prodotte con uva o mosto d’uva possono essere legittimamente commercializzate come birra, purché la presenza dell’ingrediente caratterizzante sia esplicitata nella denominazione di vendita in etichetta. In altre parole la denominazione di vendita deve riportare indicazioni come “birra all’uva” o “birra con mosto d’uva”.
Anche in questo caso riportiamo le parole di Vittorio Ferraris:
La risposta dell’ICQRF mette finalmente nero su bianco un principio importante: l’utilizzo di ingredienti provenienti dal mondo vitivinicolo nella produzione di birra è legittimo, a condizione che la presenza dell’ingrediente caratterizzante sia indicata chiaramente nella denominazione di vendita e che l’informazione al consumatore sia corretta e trasparente.
Il DDL Coltiva Italia a favore del turismo birrario
Come accennato nel pezzo di ieri, negli scorsi giorni sono stati presentati diversi emendamenti al DDL Coltiva Italia per sostenere il comparto della birra artigianale italiana. Tra gli interventi di maggiore rilievo figura l’introduzione di un articolo interamente dedicato al “turismo brassicolo”, che estende al comparto della birra artigianale le disposizioni già previste per l’enoturismo. Nello specifico vengono introdotti strumenti di promozione territoriale sulla falsariga delle “strade del vino”, semplificazioni burocratiche per l’attività di vendita, somministrazione e accoglienza in modo funzionalmente integrato alla produzione (senza modificare la destinazione d’uso dei locali) e facilitazioni per la circolazione della birra ad accisa assolta.
Vittorio Ferrarsi si è così espresso al riguardo:
Le semplificazioni proposte vanno nella direzione di ridurre il carico burocratico che grava sui piccoli produttori, consentendo loro di concentrarsi sulla qualità e sull’innovazione. Un quadro normativo più chiaro e coerente è fondamentale per sostenere la crescita dei microbirrifici italiani.
Il comparto brassicolo italiano, che nel 2026 celebrerà i suoi primi trent’anni di storia moderna, ha dimostrato dinamismo, capacità imprenditoriale e un forte legame con il territorio. Ora è essenziale consolidare questo percorso con strumenti normativi adeguati. Gli emendamenti presentati al DDL ‘Coltiva Italia’ rappresentano un segnale concreto di attenzione verso un settore che contribuisce in modo crescente all’economia agricola e alla valorizzazione delle produzioni locali.









