Negli ultimi giorni nell’ambiente della birra artigianale europea ha iniziato a circolare con insistenza una voce che, se confermata, avrebbe un peso specifico non indifferente: il birrificio Brewdog potrebbe essere messo in vendita. Al momento non c’è alcuna ufficialità definitiva, ma indiscrezioni convergenti (ne ha scritto anche la BBC) parlano di un mandato affidato a consulenti finanziari per valutare opzioni strategiche, inclusa la cessione totale o parziale del gruppo. Per un marchio che ha costruito la propria identità sull’indipendenza “punk” e sulla rottura degli schemi, l’idea stessa di una vendita suona quantomeno simbolica e rappresenterebbe la fine di un’epoca tanto per Brewdog quanto per l’idea di birra artigianale che si è diffusa in questi anni.
Fondato nel 2007 in Scozia da James Watt e Martin Dickie, Brewdog è stato per anni il manifesto più rumoroso ed efficace della nuova ondata craft britannica. Crescita rapidissima, marketing aggressivo, campagne di equity crowdfunding che hanno coinvolto centinaia di migliaia di piccoli investitori, un’espansione internazionale capillare fatta di birrifici, taproom, hotel tematici e una presenza massiccia nella grande distribuzione. Nel giro di poco più di un decennio, Brewdog è passato dall’essere un microbirrificio di provincia a un gruppo con stabilimenti nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Europa continentale, diventando uno dei nomi più riconoscibili del settore a livello globale.
Le voci di una vendita
Negli ultimi anni, però, la traiettoria si è fatta più complessa. Il mercato britannico ha rallentato, complice la pressione inflattiva, l’aumento dei costi energetici e un contesto competitivo sempre più affollato. A questo si sono aggiunte polemiche legate alla cultura aziendale e alla gestione interna, che hanno contribuito a incrinare l’immagine di marchio ribelle e progressista costruita nel tempo. Parallelamente, la crescita esplosiva degli anni Dieci si è trasformata in una fase di assestamento, con una maggiore attenzione alla redditività e alla razionalizzazione delle attività.
In questo scenario si inserisce l’ipotesi di una vendita. Secondo le indiscrezioni, la proprietà avrebbe incaricato advisor finanziari di esplorare il mercato per valutare l’interesse di potenziali investitori. Si parla di un’operazione che potrebbe valorizzare l’azienda per centinaia di milioni di sterline, anche se le cifre circolate restano, per ora, nel campo delle stime. Non è chiaro se l’obiettivo sia un’uscita completa dei fondatori, una cessione di maggioranza o l’ingresso di un partner strategico in grado di sostenere una nuova fase di sviluppo.
Una situazione che parte da lontano
Il momento non è casuale. Negli ultimi mesi Brewdog ha avviato un processo di riorganizzazione del proprio business. Tra le mosse più significative c’è la decisione di abbandonare progressivamente la produzione di distillati, segmento su cui l’azienda aveva investito con una certa enfasi negli anni passati. Gin e altre referenze spirits, lanciate per ampliare il perimetro del marchio oltre la birra, non avrebbero raggiunto i risultati sperati in termini di volumi e marginalità. La scelta di tornare a concentrare risorse e attenzione sul core business brassicolo appare come un tentativo di semplificazione e consolidamento.
Anche sul fronte internazionale non sono mancati segnali di revisione. Alcuni progetti sono stati ridimensionati, mentre la strategia retail è stata ricalibrata per contenere costi e ottimizzare la rete dei locali. L’epoca dell’espansione quasi compulsiva sembra aver lasciato spazio a una fase più prudente, in cui la priorità è mettere in sicurezza i conti e rafforzare le aree più solide del gruppo.
Il clamoroso ritorno di James Watt?
A rendere il quadro ancora più interessante c’è la posizione di James Watt. Il cofondatore, che negli anni è diventato il volto pubblico – talvolta divisivo – dell’azienda, avrebbe manifestato l’intenzione di valutare un eventuale riacquisto di quote, qualora si aprisse uno scenario di ristrutturazione dell’assetto proprietario. Una dinamica che, se concretizzata, aggiungerebbe un ulteriore livello di complessità a un’operazione già delicata: da un lato la ricerca di nuovi capitali o di un’uscita, dall’altro la possibilità di un rafforzamento del controllo interno.
Nel maggio del 2024 Watt aveva lasciato il ruolo di amministratore delegato, passando formalmente il testimone a una nuova guida manageriale e scegliendo di concentrarsi su un incarico meno operativo ma ancora centrale nella definizione della visione strategica. Un passaggio che era stato presentato come l’apertura di una “nuova era” per Brewdog, con l’obiettivo di rafforzare la struttura dirigenziale e accompagnare l’azienda in una fase più matura della sua storia. La sua uscita dalla carica di CEO non ha però significato un disimpegno: Watt aveva continuato a rivestire un ruolo chiave nell’azionariato e nell’immaginario del marchio, elemento che rende ancora più interessante capire quale potrà essere il suo ruolo in caso di cambiamenti sostanziali nell’assetto proprietario.
Cosa succederà ora?
Sul piano industriale, Brewdog resta comunque un attore di primo piano. I volumi produttivi sono lontani da quelli di un microbirrificio tradizionale e il marchio continua a godere di una distribuzione capillare in numerosi mercati. Le sue birre di punta sono ormai presenza stabile sugli scaffali di supermercati e pub, mentre l’ecosistema costruito attorno al brand – dagli hotel ai festival – mantiene una certa capacità di attrazione. Il tema, semmai, è capire quale possa essere la prossima fase: consolidamento sotto un nuovo proprietario? Ingresso di un grande gruppo beverage? Oppure un riassetto interno con una struttura più snella e focalizzata?
Per il mondo craft europeo, l’eventuale vendita di Brewdog avrebbe un valore che va oltre la singola operazione finanziaria. Rappresenterebbe un ulteriore segnale della maturazione e della normalizzazione di un movimento nato sotto il segno dell’indipendenza e della contrapposizione con lo status quo. Non sarebbe la prima volta che un marchio simbolo cambia pelle, ma nel caso di Brewdog il passaggio assumerebbe una dimensione quasi paradigmatica, considerando il ruolo che l’azienda ha avuto nel ridefinire il marketing e l’immaginario della birra artigianale negli ultimi quindici anni.
Al momento, però, restiamo nel campo delle valutazioni e delle ipotesi. Non sono stati annunciati accordi vincolanti né è stato comunicato un calendario preciso per eventuali sviluppi. La sensazione è che il 2026 possa diventare un anno spartiacque per il birrificio scozzese: o l’inizio di una nuova fase sotto una diversa guida, o l’ennesima trasformazione di un marchio che ha fatto del cambiamento continuo la propria cifra stilistica. In attesa di conferme, il mercato osserva – con un misto di curiosità e realismo – l’evolversi della situazione.






