Mancano ormai pochi giorni all’inizio di Beer&Food Attraction. La fiera riminese è fondamentale per assaggiare tanti prodotti (e diverse novità) di una miriade di birrifici italiani, ma da non sottovalutare è il programma di workshop e presentazioni, che offriranno un aggiornamento su diversi aspetti del comparto birrario. C’è molta attesa nel capire come sta evolvendo il nostro mondo e recentemente è stato pubblicato uno studio che offre una lettura piuttosto autorevole al riguardo. Lo fa con dati oggettivi e numeri inconfutabili, che sono proprio il materiale di cui abbiamo bisogno in questa fase della birra artigianale in Italia. Solo così infatti possiamo prendere piena coscienza di ciò che sta succedendo, evitando di lasciarsi influenzare dai casi specifici e dalle opinioni personali, magari veicolate in maniera scomposta e sguaiata.
La ricerca si intitola “L’industria alimentare e delle bevande 2024: performance, dinamiche
e commercio estero” ed è realizzata dal CREA. C’è un intero capitolo (il 4) dedicato alla birra artigianale, grazie ai dati provenienti dal Registro delle Imprese (InfoCamere) relativi al periodo 2019-2024 per il codice ATECO 11.05 (Produzione di birra). Il perimetro include tutte le tipologie di birra, comprese quelle analcoliche. I dati distinguono tra sedi legali (gli uffici amministrativi) e unità locali (gli impianti di produzione effettivi), permettendo una mappatura precisa su base regionale, provinciale e comunale. È stato inoltre possibile differenziare le aziende che producono birra come attività principale da quelle in cui rappresenta un’attività secondaria. Si tratta dunque di uno studio basato su un set di dati consolidati e di origine autorevole, da cui – come prevedibile – emergono sì alcune considerazioni negative, ma anche positive.
L’aspetto negativo: le chiusure sono più delle aperture
La ricerca si ferma purtroppo al 2024, che tuttavia è stato un anno dal forte significato simbolico per la birra artigianale in Italia. Per la prima volta, infatti, è stato registrato un calo del numero di aziende produttrici (-2,5%), scese a 1.743 unità. In particolare il tasso di natalità si è quasi dimezzato (dal 2,3% all’1,3%), mentre quello di mortalità è salito al 6%, decretando il passivo nel trend di imprese operative. Lo studio conclude che siamo nel pieno di quel processo di selezione naturale che in molti si aspettavano – alcuni si auspicavano, a ragione aggiungeremmo – e che sta portando alla chiusura di progetti non più sostenibili. Come spiegato su Imbottigliamento, che ha dedicato alla ricerca un articolo specifico:
Il mercato, divenuto saturo e competitivo, sta espellendo le realtà meno strutturate – spesso nate dalla passione di homebrewer – prive di una struttura imprenditoriale adeguata a fronteggiare l’aumento dei costi operativi e la saturazione del mercato. Tuttavia, chi sopravvive ne esce rafforzato. Pur mantenendosi la quota di mercato artigianale stabile attorno al 3% del totale (in volume), i birrifici che hanno superato la fase critica hanno consolidato la propria posizione e, in alcuni casi, incrementato i volumi.
L’aspetto positivo: chi resiste cresce e si struttura
L’analisi precedente si chiude con un elemento positivo, che contraddice alcune delle opinioni che si stanno inseguendo nell’ambiente negli ultimi mesi – e che molti casi specifici sconfessano ulteriormente. In altre parole stiamo attraversando una fase di transizione, un cambio di paradigma che potrebbe non essere altro che un’inevitabile (e benvenuta) maturazione del settore. Ovviamente nessuna fase del genere avviene senza scossoni, che finiscono per penalizzare chi è meno propenso all’adattamento. L’articolo di Imbottigliamento relativo alla ricerca del CREA è chiaro a tal proposito:
Un segnale inequivocabile di maturazione del settore e di risposta alla crisi è l’evoluzione dell’assetto giuridico. Le società di capitali sono ormai la forma prevalente (52,3%), distanziando nettamente ditte individuali e società di persone. In un anno di contrazione generale, le società di capitali hanno mostrato la maggiore tenuta (-1,8% contro il -5% delle ditte individuali), confermando che il mercato premia strutture dotate di maggiore solidità patrimoniale. Particolarmente evoluto risulta il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno, dove le società di capitali superano la somma delle altre forme giuridiche, indicando una precisa volontà di competere con assetti più robusti.
Insomma stiamo andando nella direzione di un ambiente caratterizzato da un numero minore di protagonisti, ma più solidi e con chiari obiettivi imprenditoriali. Un settore che può avvalersi di aziende ben strutturate, che peraltro sono ancora tantissime rispetto ai consumi italiani, è un segnale positivo, che dimostra che è finalmente in atto un salto di qualità nel tessuto imprenditoriale del mercato artigianale.
Una fase conservativa, ma comunque di crescita
In aggiunta dalla ricerca emergono altre letture che spiegano come il momento sia delicato, ma tutt’altro che critico. In questo senso i birrifici stanno cercando nuove strade come risposta alle difficoltà comparse negli ultimi anni, spesso lavorando in direzioni che, a lungo termine, potrebbero rappresentare un vantaggio per tutto il settore.
La natura multifunzionale del birrificio italiano moderno non è più un segnale di crescita espansiva, quanto una strategia di resistenza. Da un lato, la connessione con la filiera agricola si consolida (interessando il 12,6% delle attività), sostenuta da un quadro normativo che ha favorito lo sviluppo del modello agricolo. Dall’altro, l’integrazione a valle – che coinvolge quasi il 22% delle imprese – dimostra come tap room e brewpub non siano affatto “fenomeni” recenti, ma infrastrutture essenziali per bypassare le criticità della distribuzione tradizionale. In un contesto dove l’accesso alla GDO è difficoltoso e il canale Ho.Re.Ca. non basta, il turismo brassicolo diventa l’unico modo per “vendere di più e meglio”.
Conclusioni
Da quello che viene raccontato da mesi nell’ambiente – per la verità sempre dalle stesse persone – sembra che la birra artigianale in Italia sia sull’orlo del baratro. Come ripetuto in passato, le difficoltà sono incontrovertibili ed è lapalissiano il cambio di direzione avvenuto negli ultimi tempi. La situazione però non è critica come si vuole far credere: se i tanti casi in controtendenza possono essere considerati letture parziali della situazione, ora ci sono anche i numeri a suffragare questa interpretazione – i numeri, non miocuggino su Tiktok. Dunque a nessuno con un po’ di onestà intellettuale verrebbe in mente di definire fallimentare la fase attuale. È una fase complicata, che premia chi si è saputo muovere nel modo giusto ed espelle chi ha poche risorse, situazioni già problematiche o, semplicemente, scarse capacità. Poi non sappiamo cosa accadrà tra uno, due o cinque anni. Ma al momento la situazione è questa e c’è poco altro da aggiungere.






