Negli scorsi giorni hanno fatto molto discutere le nuove linee guida alimentari degli Stati Uniti, un documento che fornisce indicazioni per un’alimentazione sana. Denominate ufficialmente Dietary Guidelines for Americans, sono aggiornate ogni cinque anni dal Dipartimento dell’Agricoltura e dal Dipartimento della Salute e rappresentano il riferimento principale per medici, nutrizionisti, programmi scolastici e interventi pubblici. L’edizione pubblicata a inizio gennaio, emanazione dell’amministrazione Trump, rompe con il passato proponendo una piramide “rovesciata”: una provocazione che in realtà nasconde alcuni passi avanti – ma anche molti limiti – rispetto alla classica visione americana. In pochi però hanno commentato la parte delle linee guida relative alle bevande alcoliche, che risulta addirittura più ragionevole e progressista rispetto al bieco approccio privativo che sta montando in Europa.
La piramide alimentare è una sorta di infografica che permette di capire a quali tipi di alimenti dare priorità nella propria dieta. Alla base ci sono quelli che andrebbero consumati regolarmente, in cima quelli da evitare il più possibile, in mezzo quelli per cui è consigliato un consumo più o meno saltuario. Nella vecchia versione della piramide statunitense la base era costituita da cereali, pane, riso e pasta; seguivano frutta e verdura, quindi latticini, pesce, carne bianca, legumi. In cima, da assumere con moderazione, trovavano spazio grassi, oli e dolci. La nuova versione è stata ribaltata, sia nei contenuti che visivamente – in quest’ultimo caso solo per uno scopo simbolico. Ora la posizione dei cereali è totalmente ribaltata e sono il primo alimento da evitare. Alla base invece troviamo carne, formaggi, frutta e verdura; poi latticini, uova e pesce, quindi frutta secca. Una rivoluzione che non è solo una provocazione: nel testo che accompagna lo schema, si chiarisce che l’intenzione è limitare l’assunzione di zuccheri (i dolci neanche appaiono) e alimenti molto processati. Tutte le analisi parlano di moderati passi avanti rispetto all’impostazione precedente, pur con alcune ombre.
Nella piramide non sono presenti le bevande alcoliche, che tuttavia sono citate nelle linee guida. E qui si nota un cambiamento epocale rispetto al passato, perché si passa da una precisa (e superficiale) indicazione numerica – cioè un drink al giorno per le donne, due per gli uomini – a un più generale ma onesto invito al consumo moderato e responsabile. Consumo che invece viene sconsigliato totalmente alle donne in gravidanza, a chi soffre di determinate patologie e a chi è predisposto all’alcolismo, anche come storia familiare. Un approccio di buon senso, quindi, frutto dell’analisi di due distinti studi: uno, avviato sotto l’amministrazione Biden, che suggerisce un aumento dei rischi di salute già dal primo drink; un altro, commissionato dall’attuale Congresso, che invece tende a premiare la morigeratezza a favore della totale astinenza.
La posizione delle nuove linee guida nei confronti delle bevande alcoliche è in aperto contrasto con le interpretazioni che spesso si fanno dell’impostazione “no safe level” dell’OMS, per la quale cioè non esiste un livello di assunzione di alcol privo di rischi. Un principio scientificamente corretto, ma da cui le istituzioni non di rado ne traggono politiche comunicative e sociali totalmente privative. Una posizione completamente avversa alle bevande alcoliche, secondo un’interpretazione logicamente discutibile, ipocrita e strumentale, che tuttavia sta guadagnando terreno in tutta Europa, soprattutto nei paesi nordici. Premesso che l’alcol è una sostanza tossica per il nostro organismo – assunto che qui sul sito ripetiamo ogni volta – affermare che il suo consumo è a “rischio zero” è formalmente corretto, ma non dovrebbe guidare in maniera esclusiva le politiche alimentari. Non poter definire dei limiti precisi non significa dover promuovere un approccio privativo nei confronti delle bevande alcoliche.
Peraltro – ironia della sorte – la posizione delle Dietary Guidelines for Americans punta, pur senza riferimenti espliciti, a premiare la dieta mediterranea e in generale lo stile di vita dei paesi dell’Europa meridionale, oltre che del Giappone e della Corea del Sud. L’impostazione dell’OMS, infatti, è spesso criticata dall’opinione pubblica e da una parte del mondo scientifico per ignorare un’evidenza fondamentale: i paesi appena citati, pur senza poter stabilire un nesso causale diretto, registrano i livelli più alti di aspettativa di vita al mondo e non escludono di certo le bevande alcoliche dalla loro dieta, benché siano consumate quotidianamente con moderazione.
Ci troviamo quindi di fronte a una sorta di corto circuito, o quantomeno a un rovesciamento dei ruoli che dovrebbe far riflettere. Gli Stati Uniti, che vantano un approccio al cibo spesso aberrante e sono passati alla storia per il Proibizionismo, si mostrano apparentemente ragionevoli e progressisti nei confronti del consumo delle bevande alcoliche, peraltro sotto un’amministrazione conservatrice, che si è dimostrata spesso irrazionale e negazionista. L’Europa invece, culla di grandi tradizioni alimentari, sta rischiando di distruggere le sue consuetudini culturali legate al consumo e alla produzione di bevande alcoliche, in nome di una visione miope e infantile, che deresponsabilizza i consumatori e nega il valore salutistico del contesto sociale.




