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La birra artigianale australiana sempre meno indipendente. E quella italiana?

In un post di giovedì scorso apparso su Examiner.com, Charlie Papazian – chi non lo conoscesse sappia che è una delle voci più autorevoli al mondo sulla birra artigianale – ha analizzato le caratteristiche del mercato australiano dei microbirrifici, sottolineando le differenze con quello americano. La direzione intrapresa dal primo, infatti, appare completamente opposta rispetto a quella del secondo: mentre negli USA si assiste a una costante moltiplicazione di birrifici indipendenti, in Australia quelli esistenti finiscono sempre più spesso sotto il controllo dei gruppi industriali, perdendo di fatto la propria autonomia. Una situazione non certo piacevole, distante anni luce da quella statunitense e – aggiungo io – anche da quella italiana.

Secondo quanto riportato da Papazian, a breve in Australia l’85% del mercato della birra artigianale potrebbe finire nelle mani di colossi industriali. I calcoli si fanno presto: secondo questa stima, solo il 15% di birra artigianale australiana sarebbe prodotta da microbirrifici indipendenti. Per chiarire il discorso, possiamo utilizzare la definizione di “independent brewery” utilizzata dall’americana Brewers Association: si tratta di un birrificio le cui quote possono essere di proprietà di un’altra azienda del beverage per non più del 25%.

Il movimento di accentramento di microbirrifici in grandi gruppi industriali è stato accentuato da due recenti avvenimenti. Il primo ha per protagonista la multinazionale giapponese Kirin, già presente in Australia con l’azienda Lion, attraverso la quale ha di fatto acquistato il controllo della Little World Beverages. Secondo gli accordi, il birrificio produttore della Little Creatures Pale Ale è stato valutato la bellezza di 386 milioni di dollari statunitensi. Si tratta del quarto investimento di sempre di un’azienda giapponese in terra australiana, indipendentemente dal settore produttivo.

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La seconda notizia invece riguarda SabMiller, che ha iniziato a costruire il proprio portfolio di prodotti in collaborazione con il birrificio Matilda Bay, non più indipendente. La multinazionale sudafricana punta a investire pesantemente nel suddetto produttore al fine di migliorare sensibilmente la visibilità e la distribuzione delle sue birre.

Simili strategie di concentrazione della birra artigianale in mano a poche aziende industriali non rappresentano tuttavia un caso solo australiano. In passato, ad esempio, vi ho raccontato come Heineken abbia in pochi anni fagocitato tutti i maggiori birrifici indipendenti della Svizzera: nel 2009 anche l’ultimo rappresentante della stirpe, il birrificio Eichof, decise di abbandonarsi al controllo della multinazionale olandese.

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Negli USA diversi birrifici sono controllati in parte o in maggioranza da gruppi industriali del settore, tuttavia il numero di quelli indipendenti è ancora decisamente maggioritario. Spostando il discorso alla nostra realtà, dobbiamo ammettere che il mercato italiano ancora non ha vissuto esperienze di questo tipo, almeno da quando è scoppiata la rivoluzione della birra artigianale. Le voci parlano di qualche acquisizione isolata di quote minoritarie da parte di aziende del beverage, ma il panorama rimane praticamente vergine.

Come spiegare queste differenze da nazione a nazione? Papazian suggerisce che il motivo potrebbe risiedere nelle politiche statali: quelle che promuovono la crescita delle piccole aziende e che prevedono tassazioni diversificate, favoriscono l’indipendenza dei piccoli. Magari è vero per gli Stati Uniti, ma in Italia il discorso è esattamente opposto: senza entrare in (deprimenti) discorsi generali, basti ricordare che la disciplina delle accise è ancora esclusivamente vincolata a una visione industriale del modo di fare birra.

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Perché allora fino a oggi il settore artigianale italiano è rimasto indipendente, senza attrarre il benché minimo interesse da parte dell’industria? Le risposte potrebbero essere diverse: la giovane età del movimento, i margini di profitto che ancora appaiono irrilevanti alle grandi aziende, le difficoltà burocratiche, la crisi economica generale. Se pensiamo al successo ottenuto dal settore e alle potenzialità future, questa totale estraneità da pressioni industriali è quantomeno curiosa. Oppure c’è una spiegazione molto più maliziosa: le pressioni ci sono eccome, solo che in Italia tendiamo a tenerle ben nascoste. Voi che dite?

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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15 Commenti

  1. secondo me il tuo articolo è davvero poco chiaro. negli USA i birrifici “indipendenti” detengono circa il 6% della quota di mercato (fonte BA, dati 2011). se, come dici tu, solo il 15% della birra australiana fosse prodotta da birrifici indipendenti sarebbe un successo enorme, record planetario

    sui motivi, mi pare abbastanza chiaro: uno apre un micro, ha successo, si ingrandisce, a un certo punto l’industria gli compra il marchio e mette qualche milioncino sul tavolo e lui vende. praticamente il sogno del 95% dei micro italiani. succederà anche qua, è solo questione di tempo

    negli USA si è seguita una strada parallela: certi micro non si sono fatti magnare, ma sono cresciuti. ma è un altro paese, altre teste, venture capital che ti finanziano… ricordo che Boston Beer (quelli di Goose Island e Samuel Adams per capirci) è quotata in borsa e capitalizza 1.5 MILIARDI di dollari ed è il 5° maggior produttore USA… Craft Brew Alliance (Red Hook, Kona, ecc.) capitalizza in borsa 150 milioni… Sierra Nevada (secondo produttore craft dopo Boston) sta costruendo uno stabilimento in N.C. per invadere la costa est…

    in Italia finora l’unico progetto di crescita importante con capitali (in parte) esterni è quello Baladin/Borgo ancorata all’universo Farinettiano

  2. errata corrige: ho capito cosa volevi dire sulla % di artigianale “indipendente”

    mi chiedo: il giorno in cui Boston Beer Co. si compra Brewfist che succede? è indipendente o no?

    • Sì, significa che solo il 15% della birra artigianale è indipendente.

      Se un birrificio è indipendente o meno lo decide un’eventuale definizione. In America contano le quote detenute: se Brewfist fosse americana, e Boston Beer ne comprasse il 15% resterebbe indipendente. Se le quote acquistate arrivassero al 30%, non sarebbe più considerabile indipendente.

  3. Anche in italia le prime mosse si iniziano a vedere, con le dovute differenze di dimensioni.
    Il concetto di craft negli stati uniti è decisamente discutibile. Forst e Castello con le relative Menabrea e Pedavena secondo alcuni paragoni si potrebbero quasi considerare craft… il solito rebus.

  4. Comunque le multinazionali hanno già fatto razzia dagli anni ’70 nel nostro paese per acquisire quote di mercato ed ora detengono solo il marchio e si sono disfati dei luoghi prodduttivi, credo che ci vorrà un po’ di tempo perchè ricomincino a farlo.

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