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La birra americana che sapeva di pizza: l’incredibile storia della Mamma Mia! Pizza Beer

Quello tra pizza e birra è un connubio amato a ogni latitudine, e finché restano due cose separate da abbinare tutto va bene. Ma cosa succede quando diventano un prodotto unico? “Unico” è l’aggettivo giusto per la storia che stiamo per raccontare. E viene da chiedersi: in un paese che si scandalizza per la pancetta nella carbonara, quanto è azzardato parlare di birra alla pizza? Gli inventori, Tom Seefurth e la moglie Athena, sono dell’area di Chicago. Ma è bastata una chiacchierata con Tom per scoprire che la sua creazione non è quella che definiremmo “un’americanata”, bensì un prodotto che tra il 2007 e il 2013 riscosse eco mediatica e l’approvazione di commercianti e consumatori. Nascita, ostacoli e ritiro dal mercato: questa è la storia – mai davvero conclusa – della Mamma Mia! Pizza Beer.

La nascita della Mamma Mia! Pizza Beer

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Tom e Athena lavoravano nel settore immobiliare, prima della crisi globale del 2008. Erano anche homebrewer e nel 2006 la loro passione per le birre belghe li portò a creare in casa una Saison sui generis. Dopo averla assaggiata, una loro vicina pronunciò la frase che avrebbe deciso l’identità di quella birra: “Oh, sa di pizza!”. Infatti, un po’ per gioco e un po’ per curiosità, l’idea di Tom era di creare una birra unica, usando tutte le erbe del suo orto e abbozzando un profilo aromatico che ricordasse i picchi erbacei della salsa di pomodoro.

Dopo il parere della vicina, Tom decise che la strada da percorrere era quella e approfondì
l’esperimento usando basilico, origano e aglio. Se fa schifo, pensava, al massimo la usiamo per cucinare. Anzi, l’idea iniziale era quella. Mentre dalla sala di maturazione (la cantina di Tom) uscivano le prime bottiglie, una sera la coppia ordinò una pizza da accompagnare con del vino. Ma il cambio di programma era servito, perché fu immediato pensare a “quella roba” fermentata in cantina come alternativa per l’abbinamento. Bottiglia stappata. Morso di pizza. Sorso di birra. Bingo! L’accoppiata amplificava l’intera esperienza gustativa.

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Nel 2007 la birra raggiunse il palcoscenico di un concorso locale di homebrewing. La Mamma Mia! Pizza Beer (questo il nome scelto) arrivò terza nella classifica generale e prima in quella delle birre sperimentali. Come ricorda Tom:

Appena i giudici la stapparono, cominciarono a esclamare quanto fosse buona. In pochi minuti tutti i presenti si avvicinarono per curiosità, mentre io me ne stavo lì incredulo, cercando di far finta di niente.

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Un amico di Tom, mastro birraio di un brewpub locale, gli propose di realizzare una cotta da portare al Great American Beer Festival, per vedere la reazione del pubblico a qualcosa di così insolito. Ma le richieste furono talmente tante che vendettero tutte le bottiglie prima ancora del festival.

Intanto la stampa iniziava a cavalcare quell’onda di birra che sa di pizza: la Mamma Mia! comparse sul Chicago Tribune, su The Beacon News e su altre pubblicazioni specialistiche e generaliste che avrebbero seguito a ruota. A Tom e Athena fu chiaro che bisognava trovare un modo per intensificare la produzione, perché la gente sembrava volerne ancora e ancora. Era il giugno 2007, la birra di Tom e Athena era ancora prodotta in casa e i due stavano finendo i risparmi.

L’ascesa della birra alla pizza

Dopo qualche telefonata, trovarono un birrificio interessato a collaborare: la Genesee Brewing Company, allora nota come High Falls, con sede nello stato di New York. A parte i 1.367 km che separano il birrificio dalla cittadina dell’Illinois dove i Seefurth abitavano, tutto sembrava andare per il verso giusto: un distributore di Chicago si propose di acquistare 1.000 casse della Pizza Beer e Tom si adoperò con lo zio Donny, un grafico, per realizzare logo ed etichette.

Tuttavia High Falls ritrattò: la recente stipula di un contratto con la Sam Adams li avrebbe tenuti troppo impegnati per gestire anche questa nuova e curiosa birra, così ne produssero una sola cotta. Ma come si suol dire: si chiude una porta e si apre un portone. Tom si rivolse a un amico della Chicago Beer Society, Randy Sprecher, che si offrì di far produrre la birra su contratto. Tom non ricorda esattamente la quantità pattuita: forse era di 50 barili, ma alcune fonti in rete riportano il numero 80. A ogni modo, in unità di misura a noi più familiari, siamo tra i 6.000 e i 9.000 litri di birra. Niente male, nonostante gli ingredienti provenissero sempre dall’orto di casa Seefurth.

Tom e la moglie si stabilirono temporaneamente in una stanza d’albergo appena fuori dallo
stabilimento e passavano le giornate a tagliuzzare erbe e tritare aglio, fino a che il birrificio non decise di farli lavorare nei loro spazi. La birra venne messa in vendita il giorno dell’anniversario di matrimonio di Tom e Athena: il 16 febbraio 2008. Presto le vendite iniziarono a premiare la perseveranza: in poco tempo la distribuzione raggiunse undici Stati americani, oltre a Canada, Hong Kong e Corea del Sud.

Gli ingredienti della ricetta

Oltre a qualche dollaro speso in merchandising e nei contatti diretti coi rivenditori, la Pizza Beer aveva conquistato fama grazie soprattutto alla stampa e alla televisione. Erano anche gli anni dell’ascesa di YouTube, e il concetto di “virale” iniziava a farsi strada. Era una birra che si prestava bene a degustazioni e recensioni online, con alcune che raccontano di origano, aglio e pomodoro come protagonisti della bevuta. Ma Tom fa una precisazione:

Probabilmente è una suggestione, e va bene così. In realtà è una birra che sa di birra, seppur con le sue note speziate. Anche la Blue Moon potrebbe dire che la sua birra è all’arancia, e tutti sentirebbero quasi esclusivamente il sapore d’arancia.

In realtà la sua nota distintiva è l’aroma: lo stesso che senti quando entri in una pizzeria. La gente la consumava perché si abbinava benissimo alla pizza o alla pasta, e non dimenticherò mai quando ho provato ad accompagnarla al gyros.

Al tempo ci fu persino chi giurò di percepire come se una pizza intera fosse stata aggiunta durante la cotta. Anche in questo caso Tom rivela che era solo una tradizione nata dalla ricetta originale: uno sporadico “cerimoniale lancio della pizza” fatto con l’ultima birra del lotto precedente, al fine di creare spettacolo e buon auspicio per le produzioni successive. Ma non era effettivamente un ingrediente che entrava nelle bottiglie. Al contrario accadde che la birra Mamma Mia! divenne essa stessa un ingrediente. Un pizzaiolo della cittadina di Tom iniziò a usarla nell’impasto, per una ricetta con cui vinse anche il terzo posto all’International Pizza Expo di Las Vegas – fatto determinante per il risvolto di questa storia, come vedremo.

Appena prima della commercializzazione su ampia scala, la ricetta fu rivisitata per
rendere la birra più affine ai gusti americani e appetibile ai ristoranti per famiglie: dagli iniziali 9,9 gradi di alcol scese a 4,7, con utilizzo di lieviti americani e meno luppolo.

Una parabola interrotta

Sempre più rivenditori e catene di ristoranti chiedevano il prodotto. Ma nel 2013 Sprecher e la Chicago Beer Society decisero di interrompere la collaborazione. La produzione di una nuova bevanda (la Not Your Father’s Root Beer) iniziò a occupare gran parte della capacità e portare maggiori profitti. E i due coniugi si trovarono punto e a capo:

Ci siamo detti: “Va bene, ripartiamo”. Ma in quegli anni il settore della birra artigianale iniziava a essere così grande che nessuno aveva spazio per una birra così insolita.

Un grosso ordine dalla Corea e un altro per una catena di ristoranti erano in attesa; i rivenditori – che esaurivano le scorte in pochi mesi – aspettavano la fornitura. Tom dovette annullare gli ordini poiché non riceveva risposta da nessun birrificio contattato. Dopo qualche anno di tentativi a vuoto, i risparmi che stavano finendo e il rischio, a un certo punto, di vedere la propria casa pignorata, la coppia decise di interrompere la produzione e mettere la ricetta in cassaforte, restando disponibile a collaborare nel caso un produttore li contattasse.

A salvare economicamente Tom e la moglie fu un’altra intuizione, ispirata dal pizzaiolo che usava la birra come ingrediente, e dall’abitudine dei due di usarla per preparare del pane da offrire insieme alla birra negli assaggi promozionali. Parliamo di una serie di preparati alimentari fatti proprio con la Pizza Beer: dagli impasti per pizza, pane e tacos alla panatura per fritture, fino a marinature e preparati per salse. Tutto organico e preparato dal talento culinario di Athena (dovuto, come dice il marito, alle sue origini italiane).

Oggi questi prodotti sono acquistabili al sito pizzabeer.net, entrano nelle cucine di diversi ristoranti locali e riempiono gli scaffali di circa 50 negozi e supermercati, molti dei quali già distributori della Pizza Beer.

Il retrogusto amaro di un finale sospeso

Oltre a ciò che è stato, questa è una storia di ciò che sarebbe potuto essere. La storia di un’idea a cui il tempismo, forse, non ha giocato a favore. Tom rimarca anche la difficoltà di una piccola produzione familiare – una coppia e l’aiuto di qualche parente e amico – nel competere con colossi nazionali, non solo brassicoli. Un paio di questi ha per
qualche tempo realizzato una birra simile alla Mamma Mia!, senza però provare (o riuscire?) a imitarne la ricetta.

Va poi aggiunto qualche cavillo burocratico. Tra questi, Tom racconta di un furto del proprio marchio da un’azienda farmaceutica per il mercato sudcoreano, motivo per cui ha iniziato a esportare la birra col nome di Seefurth Pizza Beer. Poi il rischio di un contratto fortemente svantaggioso proposto da una nota trasmissione televisiva che valuta start up – sventato su consiglio di un’avvocatessa che, dopo aver apprezzato la birra, ha offerto a Tom una consulenza legale.

Il tutto si può riassumere con le parole dello stesso creatore:

Io sono un grande fan di Frank Zappa, ma è un personaggio che o lo ami o lo odi, non c’è via di mezzo. E per la mia birra è stato lo stesso.”

Chissà se un prodotto come la Pizza Beer sarebbe mai potuta nascere in Italia e quali evoluzioni avrebbe assunto…

Domenico Raimondo
Domenico Raimondo
Giornalista e copywriter, da pochi anni gestisce il blog di gastronomia e viaggi Menù alla cartina. Colleziona tappi di birra da quando ne ha memoria, ed è appassionato di birra artigianale da quando ha l'età legale per bere. Dopo esperienze in pub e nel produrre birra in casa, ha capito che è meglio la divulgazione, assieme all'ambizione di diventare al più presto beer sommelier. Ha vissuto a Cork, in Irlanda, e ha anche un trascorso come pizzaiolo.

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