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Coronavirus: negli USA la maggioranza dei birrifici destinata a chiudere entro 3 mesi

Negli scorsi giorni abbiamo più volte analizzato lo stato del settore della birra artigianale italiana, che naturalmente sta affrontando gravi problemi a causa del lockdown che stiamo vivendo. Inutile sottolineare che le difficoltà sono generalizzate e comuni a tante altri paesi, pur con qualche sfumatura differente. Vale allora la pena estendere lo sguardo oltre i confini nazionali e capire come la situazione è vissuta in realtà geograficamente lontane dalla nostra, ma mai così vicine come in questo momento. E in tal senso le considerazioni non possono non considerare gli Stati Uniti, dove la Brewers Association sin dall’inizio dell’emergenza Coronavirus sta somministrando ai suoi associati una serie di questionari per monitorare la situazione e capire lo stato del mercato. E i risultati, come immaginabile, non sono rassicuranti.

Secondo quanto riportato da Brewbound, infatti, quasi la metà degli intervistati (46,4%) ha affermato che se le condizioni non cambieranno, il proprio birrificio potrà resistere non più di tre mesi e forse anche meno. Il dato è assolutamente preoccupante, perché riguarda una percentuale elevatissima di produttori in un orizzonte temporale assai circoscritto, senza considerare che a loro si aggiunge un 12,7% con prospettive ancora più nefaste (chiusura nel giro di qualche settimana). A seguito di simili valutazioni, il capo economista della Brewers Association, Bart Watson, ha dichiarato che la situazione attuale ha causato:

Un forte calo delle vendite nel comparto artigianale, massicci licenziamenti e casse integrazioni e l’elevata probabilità di un gran numero di chiusure se non saranno revocate rapidamente le misure di distanza sociale – cosa sempre più improbabile – o se il governo non interverrà con misure di sostegno per la birra craft o per il settore dell’ospitalità in generale.

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Da notare che negli scorsi giorni il Presidente Trump ha firmato il CARES act, un pacchetto da 2 mila miliardi di dollari per far ripartire l’economia statunitense. Tuttavia, precisa Watson, gli aiuti previsti per il comparto della birra artigianale non sono sufficienti a bilanciare le perdite subite a causa dell’emergenza sanitaria. Non è un caso che tra i birrifici intervistati la maggioranza richieda interventi chiari ed efficaci nel prossimo pacchetto che sarà preparato a breve dal governo americano.

Insomma, negli USA la situazione della birra craft è in estrema difficoltà, ma come accennato in altre nazioni non se la passano certo meglio. Ieri l’articolo di Brewbound è stato rilanciato da Tim Webb – famoso scrittore inglese di birra – che ha però accompagnato il pezzo con una sua riflessione sul momento che stiamo vivendo e su come si può affrontare. La chiave è affrancarsi dai meccanismi a cui i birrifici si erano abituati per trovare nuovi modi di raggiungere i consumatori finali. Facile a dirsi, potremmo ribattere, ma Webb porta degli esempi concreti che riguardano anche il nostro paese. Ecco i passaggi salienti:

I piccoli birrifici artigianali stanno reagendo [alla crisi] in molti modi differenti, dettati dai meccanismi finanziari previsti dai pacchetti di supporto economico annunciati, dall’impatto dei provvedimenti governativi, in alcuni casi dall’emozione e in altri dall’impulso dato dall’inventiva.

Qui a Bristol tre dei più importanti birrifici hanno stravolto i loro modelli di business in un batter d’occhio per concentrare le vendite sulle consegne a domicilio a livello locale e nazionale, mentre altri hanno interrotto la propria attività. Sei piccoli birrifici hanno contribuito a sviluppare reti di rifornimento cittadine che prima non esistevano, mentre un altro ha stretto un accordo con una pizzeria di qualità al fine di consegnare due litri di birra fresca per ogni ordine di pizza cotta a legna, con uno sconto del 25% per gli operatori sanitari.

Le vostre regole locali saranno differenti, ma… concentratevi sull’arte di ciò che è possibile. Ricordatevi che la chiave è raggiungere il consumatore finale, sviluppate connessioni locali, unitevi con altri birrifici per fare pressioni sulla politica affinché siano rimossi temporaneamente inutili ostacoli, continuate a sfidare le papille gustative dei bevitori di prodotti industriali. La birra è un bene essenziale. Se non ci credete, la pagina di Wikipedia dedicata al Proibizionismo vi chiarirà le idee.

In Italia una catena di supermercati ha aumentato le sue vendita del 40% e ora per la prima volta si sta confrontando con i birrifici indipendenti per distribuirli direttamente (al momento non sappiamo di più al riguardo ndR). In Canada, dove le limitazioni alla vendita diretta sono state temporaneamente revocate, un brewpub della città in cui vive mia figlia sta vendendo più birra di prima nonostante il suo pub sia chiuso.

Non dovete essere forti, ma dovete essere intelligenti. La analisi standard non funzioneranno più.

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Sicuramente in questo momento i birrifici di tutto il mondo devono essere elastici e dimostrare capacità di adattamento in tempi brevi. Di contro però molte delle soluzioni individuate sono solo un modo per rallentare momentaneamente un disastro che sarà inevitabile se le cose non cambieranno in tempi ragionevoli. A parte rari casi, non bisogna pensare infatti che soluzioni alternative come gli ecommerce o il delivery siano la panacea di tutti i mali e neanche un modo per sostenere la propria attività nel medio e lungo termine. In questo senso i dati provenienti dalla Brewers Association non lasciano spazi a dubbi, purtroppo.

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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