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Non solo Birra del Borgo: le reazioni italiane e straniere all’invasione dell’industria

Sono passate quasi due settimane da quel fatidico venerdì in cui è stata annunciata la vendita di Birra del Borgo al colosso AB Inbev. Ovviamente la notizia ha creato un polverone in tutto l’ambiente italiano, ma per una strana coincidenza (o forse no) da quel momento il dibattito internazionale intorno all’invasione dell’industria nella scena craft è salita di livello, offrendo diversi spunti di riflessione. In effetti la minaccia delle multinazionali sta acquisendo di mese in mese una dimensione sempre più globale: per anni è rimasta pressoché confinata alla realtà americana (almeno tra le nazioni brassicole più importanti), ma ultimamente si è allargata al Regno Unito (i casi Meantime e Camden Town), all’Olanda (accordo tra ‘t Ij e Duvel) e infine all’Italia. La sensazione è che diversi protagonisti della scena internazionale stiano prendendo le contromisure nei confronti di un fenomeno sempre più preoccupante.

Le reazioni italiane alla cessione di Birra del Borgo

Nonostante Leonardo Di Vincenzo rimanga alla guida di Birra del Borgo e l’organigramma dell’azienda sia rimasto praticamente invariato, le reazioni nei confronti dell’acquisizione non hanno tardato ad arrivare. Alcune possono tranquillamente essere definite sanguinose, come la presa di posizione di Teo Musso di Baladin, che attraverso la pagina Facebook del suo birrificio ha annunciato che i locali Open non serviranno più prodotti a firma Birra del Borgo. Di seguito un estratto del comunicato:

Leonardo, con le sue capacità di mastro birraio e di imprenditore ha rappresentato per me una grande opportunità di confronto. Rispetto le sue scelte personali anche se distanti dalla mia visione di imprenditore. La filosofia che guida i locali Open è di ospitare birrifici indipendenti e venendo meno questa condizione nell’assetto societario di BdB, abbiamo deciso per comune coerenza di interrompere il servizio delle sue birre.

Una scelta che crea una situazione paradossale: Leonardo infatti non potrà più vendere le sue birre in birrerie di cui detiene quote – gli Open Baladin, per l’appunto. E molto simile alle conseguenze derivanti dalla decisione di qualche giorno prima di Manuele Colonna, che ha annunciato che i suoi locali non tratteranno più Birra del Borgo. Escluse le nuove aperture e il Macche, dove se non sbaglio Birra del Borgo non compare da anni, significa che il Bir&fud non servirà più i prodotti del birrificio reatino: un altro locale in cui Leonardo Di Vincenzo detiene quote.

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Ma l’opposizione al nuovo corso di Birra del Borgo è stata espressa da tanti altri soggetti italiani e persino dall’estero: il belga Cantillon, ad esempio, ha deciso di estromettere il birrificio laziale dalla Quintessence in corso proprio in queste ore. Verosimilmente quindi interromperà anche la fornitura del suo Lambic per la Duchessic di Birra del Borgo, una delle birre che forse dovremo dimenticarci per sempre – e non sarà la sola. Insomma, diversi protagonisti italiani e stranieri hanno alzato un muro contro il marchio di Leonardo Di Vincenzo, ma c’era da aspettarselo: difficile infatti credere che tutte queste mosse abbiano preso in contropiede sia lui che la stessa AB Inbev.

Da Greg Koch (Stone Brewing) l’idea di un fondo per sostenere i birrifici craft

Nel frattempo Greg Koch, fondatore di Stone Brewing, si sta ritagliando sempre più il ruolo di difensore della birra craft nei confronti dell’invasione dell’industria. Recentemente vi ho riportato le sue parole durante la recente presentazione del neo-birrificio berlinese, prima ancora vi avevo raccontato della sua forte avversione nei confronti dell’industria. Ora Koch ha intenzione di guidare concretamente questa “resistenza”, proponendo un fondo con un patrimonio di 100 milioni di dollari che finanzi la crescita e l’indipendenza dei birrifici artigianali americani. Il nome del progetto? True Craft. Ecco come è illustrato dallo stesso Greg Koch:

Alcune persone fondano società con l’intenzione di venderle. Altri le fondano perché hanno intenzione di seguire le proprie passioni. True Craft è per questi ultimi. La birra craft necessita di un modello alternativo a quello che obbliga gli imprenditori a vendere le proprie aziende nella loro totalità. In un mondo nel quale ci si orienta sempre di più verso la massificazione e il conformismo, voglio promuovere un mondo fatto di unicità, profondità e carattere.

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Per i dettagli dell’idea più utili appaiono le parole di Steve Wagner, presidente di Stone:

Ciò si traduce nel predisporre un consorzio con il quale possiamo non solo sopravvivere, ma continuare a crescere in un mondo in cui la birra artigianale sta finendo sotto il controllo delle multinazionali. Ciò permetterà a società come Stone di seguire un’etica che include l’indipendenza e la passione per ciò che è artigianale. Investendo ora in True Craft, possiamo essere sicuri che la nostra visione è assicurata per il futuro e ci sentiamo privilegiati nel poter aiutare altri a fare lo stesso nel nostro mercato.

Un progetto insomma ancora in una fase più che embrionale, ma che restituisce bene il sentimento che si sta diffondendo negli Stati Uniti e nel resto del mondo rispetto alla questione.

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Goose Island, cinque anni dopo l’accordo

A marzo 2011 Goose Island, birrificio craft di Chicago, fu acquistata dalla stessa AB Inbev che oggi controlla anche Birra del Borgo. All’epoca fu un’operazione che destò grande scalpore nell’ambiente e che in qualche modo inaugurò la stagione delle acquisizioni ancora in atto negli States. Come per l’accordo con il microbirrificio italiano, spesso gli effetti di certe acquisizioni vanno valutati a distanza di qualche anno, perché nell’immediato è quasi impossibile: solitamente nel breve termine tutto rimane pressoché identico, almeno finché non si arriva al primo vero bilancio (non inteso solamente a livello contabile). Allora sì che le cose posso cambiare, e anche profondamente.

Segnalo allora un’intervista doppia apparsa qualche giorno fa su Market Watch, in cui l’autore ha rivolto alcune domande a John e Greg Hall sulle conseguenze di quell’operazione a cinque anni di distanza. Il primo è stato il fondatore di Goose Island ed è rimasto amministratore delegato dopo l’acquisizione di AB Inbev; il secondo, figlio di John, è stato birraio di Goose Island e dopo l’accordo con la multinazionale ha deciso di lasciare l’azienda per fondare la società Virtue Cider (poi ceduta anch’essa ad AB Inbev). Chiaramente si tratta di posizioni non completamente super partes, ma nonostante tutto ritengo alcuni passaggi molto interessanti.

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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7 Commenti

  1. Ma quant’è bravo Teo Musso! Dovrebbe però spiegare per quale motivo il nome del suo birrificio compare nella lista degli associati ad AssoBirra insieme a Forst, Menabrea, Peroni, Heineken et cetera.

    • Si potrebbe vedere come la volontà di portare le esigenze ” artigianali” in luogo di associazione di categoria con più potere anche e soprattutto in sede legislativa, la recente definizione legale di birra artigianale, nel bene e nel male forse non sarebbe arrivata se non fosse stata coinvolta anche assobirra

  2. Ieri (07/05/2016), Bir&fud: Birra del Borgo presente in tap list con 5/6 stili e t-shirt promozionali indossate da tre ragazzi tra banco e cucina.

  3. Mi trovo in perfetto accordo con l’autore. Come già puntualizzato in un altra risposta su dissapore, i competitor di bdb stanno furbescamente orientando i consumatori facendo leva su sentimenti anti globalizzazione senza valutare il prodotto nel tempo… ipocrisia pura

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