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Di come “artigianale” ha rovinato la birra artigianale

I grandi eventi birrari sono utili non solo per assaggiare ottime birre, ma anche per confrontarsi con gli operatori del settore. Tra le tante chiacchierate fatte con birrai e addetti ai lavori durante i tre giorni di Eurhop – l’importante festival capitolino tenutosi lo scorso weekend – ce n’è una che mi è rimasta particolarmente impressa per diversi motivi. La discussione ruotava intorno all’aggettivo “artigianale”, utilizzato nella nostra lingua per identificare la birra dei piccoli produttori indipendenti. Un aggettivo che negli anni si è caricato di cose tante connotazioni, non sempre positive, da richiedere una revisione, o quantomeno una riflessione. Un problema che, a quanto pare, trova analogie anche fuori dall’Italia.

Curiosamente martedì è comparso su The Guardian, influente testata britannica, un articolo che affronta lo stesso tema, declinato però alla realtà locale. I produttori del Regno Unito, infatti, stanno gradualmente abbandonando l’espressione “craft beer” (similare alla nostra “birra artigianale”) a favore di “indie beer”, cioè realizzata da birrifici indipendenti. Il motivo è la necessità di distinguersi dalle produzioni di aziende che negli scorsi anni sono state acquistate dai colossi del settore. Birre di birrifici come Camden Town, Beavertown e Fullers continuano a definirsi “craft”, sebbene nel frattempo siano passati sotto il controllo di multinazionali brassicole – rispettivamente AB Inbev, Heineken e Asahi. È come se in Italia un produttore come Birra del Borgo avesse continuato a definirsi esplicitamente “artigianale” dopo essere stata acquistata nel 2016 dalla più grande industria del mondo (ancora AB Inbev).

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Il problema sollevato dai birrifici indipendenti del Regno Unito ha ripercussioni anche sui consumatori, che si dimostrano incapaci di distinguere un autentico birrificio “craft” da uno controllato da qualche multinazionale. Così ad esempio il 40% degli intervistati da una recente indagine di YouGov, ritiene che la Neck Oil di Beavertown sia una birra indipendente. Una percentuale ben più alta rispetto a quella espressa per birrifici davvero autonomi, come Vocation, Fyne Ales e Five Points. Andy Slee, amministratore delegato del Siba – il corrispettivo della nostra Unionbirrai – spiega la scelta di molti birrifici di utilizzare una nuova denominazione per i propri prodotti:

Per molti birrifici del Regno Unito il termine “indipendente” è diventato molto più rilevante e remunerativo di “craft”, il cui significato è stato offuscato dalle proprietà industriali di alcuni marchi birrari ex artigianali. La campagna “indie beer” sottolinea ciò che unisce i birrifici britannici rispetto a ciò che li divide. Rappresentano una forza positiva nelle rispettive comunità locali ed è fondamentale che le multinazionali non sfruttino il lavoro fatto dai veri birrifici indipendenti.

Se nel Regno Unito l’espressione “craft beer” ha acquisito nel tempo una valenza parzialmente negativa, lo stesso vale per “birra artigianale” in Italia. I motivi però sono diversi. Nel nostro paese, infatti, almeno in linea teorica non c’è possibilità di confusione per i consumatori: l’espressione “birra artigianale” è tutelata dalla legge e può essere applicata solo ai prodotti di birrifici che rispettano particolari criteri. Sulla carta quindi non c’è possibilità di errore: un consumatore che si imbatte in una “birra artigianale” può essere sicuro che, essenzialmente, sarà realizzata da un’azienda indipendente, in quantità limitate e senza ricorrere a tecniche industriali.

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La salvaguardia dell’espressione “birra artigianale” tuttavia non mette al riparo il settore da fraintendimenti. Come rivelò nel 2021 uno studio dell’Istituto Piepoli, più di un consumatore su tre considera “artigianali” i prodotti delle multinazionali del settore, tra cui Birra Messina, Peroni, Ichnusa, Moretti e Leffe. Birre esplicitamente industriali, che dunque esulano persino dalla causa di confusione illustrata dall’articolo del Guardian. Una situazione kafkiana che è probabilmente dovuta a una conoscenza limitata del settore birrario da parte dell’italiano medio, nonché da una scarsa presenza della vera birra artigianale nella gdo e in una larga fetta dell’horeca.

C’è tuttavia una riflessione più profonda da fare attorno alla dicitura “birra artigianale”. Negli anni questa espressione si è caricata di sfumature negative, che hanno generato un certo pregiudizio fuori dall’ambiente degli appassionati. Spesso basta pronunciare quelle due parole per creare nell’interlocutore – un profano o, peggio ancora, un operatore del settore gastronomico – una reazione immediata di rifiuto o addirittura di disgusto. È un’esperienza che credo sia capitata a tutti e che denota la pessima nomea costruitasi dalla birra artigianale fuori dalla sua nicchia di appartenenza.

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Sarebbe facile ridurre il tutto a una questione di qualità. La reputazione che la birra artigianale ha sviluppato negli anni dipende da vari fattori, tra cui la bontà dei prodotti è probabilmente solo l’ultimo in ordine di importanza. In passato hanno pesato la componente modaiola del fenomeno, la resistenza culturale verso una bevanda lontana dalle abitudini italiche, la pigrizia mentale di ristoratori e sommelier, la percezione del valore del prodotto finale rispetto al suo prezzo, la superficialità di un certo tipo di comunicazione gastronomica, l’autoreferenzialità (non di rado aggressiva) dell’ambiente, la scelta deliberata di ignorare certi canali distributivi. E ovviamente anche la qualità di alcune birre – chissà se poi dall’altra parte c’è mai stato qualcuno davvero capace di distinguere un buon prodotto da uno scadente.

Al netto dei motivi che hanno portato a questa situazione, oggi è innegabile che l’espressione “birra artigianale” appare compromessa, oltre a suonare vecchia e stantia. L’impressione è che molti birrifici, in maniera più o meno consapevole, l’abbiano abbandonata da tempo, o comunque la utilizzino piuttosto raramente. Unionbirrai ha sempre rivendicato il peso dell’espressione in termini legislativi, ma per altri versi l’ha accompagnata con l’aggettivo “indipendente”, sottolineando quindi la necessità di focalizzarsi su qualcosa di concreto (l’autonomia societaria) e probabilmente di maggior valore semantico. Alcuni produttori hanno negato l’uso di “birra artigianale” da sempre, cercando espressioni alternative.

In un mercato birrario in veloce trasformazione si sente quasi l’esigenza di affrancarsi dalle valenze della dicitura “birra artigianale“. Fare tabula rasa delle esperienze (negative) del passato e ripartire da zero. Parlando di “birra”, magari di “birra buona”, ma liberandosi dei pregiudizi e dei fraintendimenti del passato. L’espressione continuerà a essere usata nel nostro ambiente, magari sempre meno, ma l’impressione è che da tempo non ci si faccia più ricorso come se fosse una parolina magica, in grado di aprire tutte le porte. È un altro tassello di un settore che sta mutando rapidamente e che, almeno in Italia, necessita di trovare nuove forme commerciali e comunicative.

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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