Il Birrificio Italiano è stato uno dei pionieri del movimento nazionale, tanto che il 1996 è considerato l’anno di nascita della birra artigianale italiana perché coincide con quello della sua fondazione – nonché di altri tre importanti produttori (Baladin, Lambrate e Beba). Il 2026 è quindi un anno “tondo”, in cui ricorre il trentennale di alcuni pionieri del settore e del movimento in generale. Da ieri il Birrificio Italiano avrà però un altro pretesto per festeggiare, perché il fondatore Agostino Arioli è stato incoronato Birraio dell’anno dall’omonimo concorso indetto da Fermento Birra. Una vittoria che dunque, esattamente come nella passata edizione, assume una valenza simbolica di ampia portata.
Per Agostino Arioli – premiato insieme a Maurizio Folli, sempre del Birrificio Italiano – si tratta della prima affermazione a Birraio dell’anno. In passato era spesso arrivato in finale, comparendo nella short list dei 20 candidati, senza riuscire tuttavia a trionfare e trovando il podio (terzo) solo nel 2015. Una sorta di maledizione, che lo aveva perseguito durante le varie edizioni del concorso nonostante le sue grandi doti brassicole e l’esperienza accumulata in oltre trent’anni di cotte. Ieri Agostino si è preso la giusta rivincita, ottenendo la vittoria forse nel momento migliore: quello cioè che lo incorona come uno dei padri del movimento brassicolo proprio in concomitanza con il trentesimo anniversario della birra artigianale italiana. Impossibile quindi non essere contenti per questa bella affermazione.
È stato il 2025 l’anno migliore di Agostino Arioli e del Birrificio Italiano? È questa la domanda che molti si stanno ponendo in queste ore. Il concorso infatti si chiama Birraio dell’anno e dovrebbe premiare il professionista che più degli altri si è messo in evidenza nei precedenti dodici mesi. In realtà non è mai stato così: a parte qualche caso eccezionale, i risultati di Birraio dell’anno non hanno mai rispettato quello che dovrebbe essere il criterio principale in base al quale formare i propri giudizi. Spulciando le graduatorie delle precedenti edizioni, infatti, si nota che le evoluzioni qualitative dell’ambiente spesso sono state recepite con estremo ritardo (uno o due anni dopo). Chi se ne accorge oggi – perché magari si aspettava altri risultati – scopre l’acqua calda.
Quindi la domanda posta poco sopra non ha senso. Non solo: chi conosce il concorso da un po’ di anni, sa che non ha mai avuto senso. Birraio dell’anno è un gioco, bello e coinvolgente. Ma pur sempre un gioco: va preso con questa filosofia, accettando i risultati e utilizzandoli come pretesto per divertirsi in un contesto goliardico. Perciò accogliamo con felicità la vittoria di Agostino Arioli: era un riconoscimento che mancava nella sua carriera da birraio ed è giusto che sia arrivato adesso. La concomitanza con i trent’anni di birra artigianale italiana rende la narrazione ancora più epica, per la soddisfazione di tutti.
Chiuso il discorso sul vincitore, possiamo velocemente commentare il resto della classifica, che per chiarezza riportiamo di seguito:
1° Agostino Arioli e Maurizio Folli del Birrificio Italiano di Limido Comasco (CO)
2° Marco Valeriani del birrificio Alder di Seregno (MB)
3° Elia Pina del birrificio 50&50 di Varese
4° Giovanni Faenza del birrificio Ritual Lab di Formello (RM)
5° Cecilia Scisciani e Matteo Pomposini del birrificio MC 77 di Serrapetrona (MC)
6° Samuele Cesaroni del birrificio Brasseria della Fonte di Pienza (SI)
7° Marco Benda, Matteo Voliani e Stefano Botto del birrificio Cantina Errante di Barberino Tavarnelle (FI)
8° Conor Gallagher Deeks del birrificio Hilltop di Bassano Romano (VT)
9° Josif Vezzoli del birrificio Elvo di Graglia (BI)
10° Giorgio Masio del birrificio Altavia di Quiliano (SV)
11° Pietro Di Pilato del birrificio Brewfist di Codogno (LO)
12° Simone Bedeschi del birrificio Bajön di Porto Corsini (RA)
13° Luca Dalla Torre del birrificio Bondai di Sutrio (UD)
14° Luca Tassinati del birrificio Liquida di Ostellato (FE)
15° Marco Raffaeli del birrificio Mukkeller di Porto Sant’Elpidio (FM)
16° Flaviano Brandi del Birrificio Bibibir di Castellalto (TE)
17° Enrico Ciani del birrificio Birra dell’Eremo di Assisi (PG)
18° Luciano Landolfi del birrificio Eastside di Latina (LT)
19° Filip Lozinski del birrificio Wild Raccoon di Cussignacco (UD)
20° Luigi Recchiuti del birrificio Opperbacco di Notaresco (TE)
Come sempre la graduatoria risulta poco varia rispetto alle precedenti edizioni, con alcune posizioni che addirittura si ripetono. È il caso della seconda piazza di Marco Valeriani (Alder) e della quarta di Giovanni Faenza (Ritual Lab): per il primo è l’ennesima medaglia d’argento (sesta totale, terza consecutiva), per il secondo il “peggior” piazzamento di sempre al concorso, come nel 2025. Notevole il terzo posto di Elia Pina di 50&50, un birrificio che nel corso dello scorso anno ha compiuto un salto qualitativo spaventoso: la vittoria a Birra dell’anno di Unionbirrai non era dunque casuale, ma questo lo avevamo già raccontato a suo tempo.
Rispetto alla precedente edizione guadagnano qualche posizione MC-77 e Brasseria della Fonte, ma l’exploit più interessante è quello di Cantina Errante, birrificio mai arrivato in finale in passato e quest’anno piazzatosi settimo. Per il resto le posizioni sono abbastanza simili a quelle del 2025, con l’ottimo ingresso in Top 20 di Filip Lozinski di Wild Raccoon, vincitore del premio Birraio emergente nella scorsa edizione. Entrare da rookie nel gotha dei migliori birrai italiani è un’impresa riuscita a pochi in passato.
A proposito di Birraio emergente, occorre spendere qualche parola per la prestigiosa affermazione di Andrea “Plastika” Nardi di Linfa Brewery. Una vittoria non facile perché arrivata in una finale molto combattuta, conclusasi con la seconda posizione di Lorenzo Monacci (Mudita) e la terza di Stefano Furlanetto (De Lab Fermentazioni). È però un segnale importante, perché dimostra che, anche in un contesto affollato e competitivo come quello romano, c’è ancora spazio per emergere e affermarsi, purché ovviamente si abbiano idee chiare e abilità brassicole di primo livello. Dopo trent’anni di birra artigianale italiana e in una fase di vacche magre, il messaggio è piuttosto rincuorante.






