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Inno al bancone: 5 motivi per cui lì si nasconde la vera anima del pub

Cos’è il bancone di un pub? Per la maggior parte delle persone è un pezzo di arredamento, uno strumento di servizio, il punto in cui pagare il conto a fine serata. Per i veri appassionati è molto di più: è un luogo, fisico ma anche psicologico, dove accade tutto ciò che merita di essere raccontato. È l’anima del pub, o forse è il pub stesso, che potrebbe tranquillamente iniziare e finire in quei pochi centimetri di legno (o acciaio) che rappresentano un piccolo microcosmo, fatto di rituali, usanze, abitudini e personaggi. Il padrone di casa è il publican, ospite per antonomasia, che talvolta assiste e altre conduce una messa in scena che si rinnova ogni giorno, con il bancone che acquista funzioni diverse in base al momento e alle necessità. Le abbiamo riassunte come inno alla componente più importante del pub, senza il quale quest’ultimo assumerebbe una dimensione completamente diversa.

1. Il bancone come confessionale laico

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Non importa quante parole abbiate speso nella vita con terapeuti, partner o chatbot: ci sono cose che si riescono a dire solo al bancone di un pub. Magari non avevate neanche intenzione di parlarne, ma vi siete ritrovati lì, col bicchiere di birra in mano e lo sguardo fisso nella schiuma, a raccontare della volta che avete lasciato tutto per inseguire il vostro nuovo amore in Portogallo (spoiler: siete tornati a casa dopo tre settimane di delusioni e pessime birre).

Il bancone è discreto e accogliente, non giudica. A fargli da custode c’è spesso un publican che ha sentito tutto: tradimenti, fallimenti, dichiarazioni d’amore improvvisate. Eppure resta lì, impassibile, continuando a spillare birra come fosse un sacerdote laico, pronto a offrire l’unica assoluzione che conta davvero: “Vuoi un’altra birra?”. In quel momento non c’è  bisogno di consigli, ma solo di qualcuno che ascolti mentre cercate di mettere ordine ai pensieri. E se a farvi compagnia c’è una buona birra, spillata come si deve, tanto meglio.

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2. Il bancone come regno dei regulars

Se il bancone fosse una serie tv, i regulars sarebbero i personaggi ricorrenti. Quelli che, puntata dopo puntata, ti fanno sentire a casa. Non servono le presentazioni: ci sono, e basta. Si siedono sempre nello stesso punto, ordinano quasi senza parlare, lanciano battute che capiscono solo loro. Ma senza di loro, il locale sarebbe orfano.

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C’è quello fissato con le IPA, che non beve altro che luppolate da anni. C’è quello silenzioso, che difficilmente professa parola, ma quando lo fa colpisce nel segno. C’è il tuttologo da bancone, che ha un’opinione su qualsiasi tema, anche quando non ne conosce neanche le basi. C’è quello che beve poco ma rimane al bancone per ore, con l’unico obiettivo di tornare a casa il più tardi possibile.

Stare al bancone con i regulars è come sfogliare un’antologia di racconti brevi. Ogni sera una variazione sul tema, tra microdrammi sentimentali, improbabili disquisizioni birrarie e proclami politici che durano il tempo di una Session IPA. E giorno dopo giorno è facile lasciarsi rapire da certe dinamiche, cominciare a chiamare i clienti affezionati per nome (o soprannome) finché non si scopre di essere diventati regulars a propria volta.

3. Il bancone come trincea sociale

Il bancone ha una funzione paradossale, ma decisamente apprezzabile. Anche quando il pub è pieno di clienti vocianti, tavoli gremiti e gruppi numerosi, basta sedersi lì davanti alle spine per trovare un rifugio tranquillo e (relativamente) silenzioso, separandosi anche emotivamente dalla confusione che regna nel locale. Il bancone diventa allora una trincea sociale, pronto ad accogliere anche chi ha bisogno di un angolo sicuro mentre intorno domina il caos.

In questi casi il bancone segna un confine sottile tra partecipazione e distanza. Protegge dal mondo, ma permette di mantenere comunque una connessione con il contesto. Possiamo starcene seduti lì, ad ammirare una birra spillata a carboazoto fingendo di non sentire le voci provenienti dal tavolo dietro, dove si discute dell’ultima puntata dell’Isola dei Famosi. Oppure, aspettando il momento giusto, possiamo lasciarci trascinare dai racconti di chi si siede accanto, ritrovandoci a parlare, quasi senza accorgercene, di musica rock, serie tv sottovalutate o serie calcistiche minori. È l’anticamera per la nascita di una nuova amicizia o di un gruppo musicale. Oppure semplicemente una serata piacevole passata a non fare niente di particolare, se non rimanere lì, seduti al bancone in cerca di uno spazio personale.

4. Il bancone come luogo di conversazione, al di là della birra

Spesso ci raccontiamo che andiamo al pub “per una birra”, ma già sappiamo che è solo una mezza verità. La birra è importante, certo, ma spesso è semplicemente un pretesto. Un lasciapassare per stare insieme, per allungare la conversazione, per fare il famoso “ultimo giro” che poi è il penultimo di tre. Dietro ogni “ne prendo un’altra” si nasconde la voglia di continuare a parlare. E magari la birra scelta neanche ci convince, ma tutto sommato non ci dispiace che rimanga nel bicchiere un po’ di più, perché significa prolungare la nostra permanenza al bancone.

La cosa bella è che funziona con tutti: amici di sempre, colleghi che hai visto solo su Zoom, sconosciuti che condividono la tua passione per una buona Stout spillata a pompa. Ogni bicchiere diventa una storia — a volte lunga, a volte breve, a volte noiosa, a volte memorabile. Proprio come una birra.

5. Il bancone delle chiusure malinconiche

Il bello del pub è che ti fa dimenticare il tempo. Il brutto del pub è che a un certo punto ti ricorda che il tempo è finito. La luce si alza, il publican inizia a pulire l’impianto con aria rassegnata, la musica si spegne. I bicchieri sul bancone sembrano relitti: testimoni di conversazioni ormai evaporate. C’è qualcosa di poetico in quel momento, un misto di malinconia e gratitudine. Perché ci si rende conto che per qualche ora siamo stati in uno spazio sospeso, dove le preoccupazioni si sono dissolte tra le bollicine. E ora, lentamente, stiamo tornando a terra.

Ma anche questo fa parte dell’esperienza. Perché se il bancone è un rifugio, non può essere una casa permanente. È un porto dove attraccare, non un luogo dove fermarsi per sempre. Eppure, quando ce ne andiamo, sappiamo già che prima o poi ci torneremo. Magari domani. Magari tra un mese. Perché qualcosa, lì, ci chiama sempre.

In fondo, è solo un bancone. O forse no.

Il bancone è uno spazio piccolo, ma pieno di vita. È lì che la birra diventa esperienza, relazione, racconto. È il palcoscenico di mille microstorie che si intrecciano tra una spina e una battuta. Chi lo frequenta lo sa: non è solo dove si beve, è dove succede qualcosa. Vivere un pub nella maniera più profonda significa vivere il bancone. Sedersi lì, senza avere fretta, senza nutrire particolari aspettative. Cercando di creare una connessione con il publican e con gli altri clienti seduti sugli sgabelli vicini. Godendosi lo spettacolo, qualunque esso sia.

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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