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Usare l’argon al posto dell’azoto: la Stout rivoluzionaria dei birrifici Bajon e Ritual Lab

Se seguite le panoramiche sulle nuove birre italiane che pubblichiamo settimanalmente, negli ultimi mesi avrete forse notato un incremento nell’uso del termine “nitro”. Con questo vocabolo si indica l’impiego dell’azoto nella saturazione, nel confezionamento o nel servizio della birra, in alternativa alla (o più spesso in combinazione con la) CO₂. L’impiego dell’anidride carbonica è più comune ed economico, ma l’azoto ha dalla sua un vantaggio interessante: permette di ottenere una texture setosa e una schiuma densa, due caratteristiche che hanno reso la Guinness un prodotto leggendario proprio per il suo metodo di servizio (“a carboazoto”, per l’appunto). La riscoperta dei tradizionali stili britannici sta spingendo un rinnovato interesse per le birre “nitro”, nel quale rientra anche l’ultima collaborazione tra i birrifici Bajon e Ritual Lab. Che tuttavia si contraddistingue per una novità assoluta: l’uso dell’argon al posto dell’azoto.

Nitro Stout? No, Argon Stout!

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La birra si chiama E-45 (4%) in omaggio alla storica arteria stradale che collega Ravenna e Roma, città attorno a cui orbitano rispettivamente i birrifici Bajon (sito web) e Ritual Lab (sito web). Al naso e al palato si ritrovano i richiami classici dello stile: orzo tostato, frutta secca, leggere sfumature caramellate e un amaro contenuto che ripulisce la bocca senza prevaricare. Ma è a livello visivo e tattile che si intuisce che c’è dell’altro: la schiuma è densa e compatta, quasi marmorea, e il corpo cremoso e incredibilmente vellutato. Aspetti che richiamano alla mente le migliori “nitro” inglesi, ma con un dettaglio non indifferente. Per saturare la E-45, infatti, non sono stati utilizzati solo anidride carbonica e azoto, ma anche un terzo gas: l’argon. Una scelta senza precedenti, con ripercussioni interessanti in termini di servizio.

Argon: il gas nobile che promette una piccola rivoluzione

La E-45 spillata in birrificio

L’argon (Ar) è un gas nobile, inodore, inerte e più pesante dell’azoto, già utilizzato nell’industria vinicola per proteggere i liquidi dall’ossidazione. Il suo impiego nella E-45 non sostituisce l’azoto, ma lo affianca in una miscela studiata per massimizzare la resa al servizio. Il risultato? Una schiuma compatta e cremosa e una sensazione di setosità in bocca, con effetti paragonabili alle birre saturate in carboazoto. Allora perché optare per l’argon, che peraltro è un gas meno economico degli altri due? La risposta è nei vantaggi che offre ai pub in termini di spillatura.

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Il punto chiave dell’innovazione è proprio questo: grazie all’utilizzo di fusti con sacca interna (i cosiddetti bag-in-keg), la birra può essere servita anche con un normale impianto a CO₂, perché l’anidride carbonica non entra mai in contatto diretto con la birra. In pratica, l’effetto nitro è assicurato anche senza le costose attrezzature necessarie per la spillatura in carboazoto. Il publican può servire una birra con la consistenza tipica del nitro, senza cambiare nulla nel sistema di spillatura del proprio locale.

Una pioniera assoluta, non solo in Italia

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Simone Bedeschi, birraio di Bajon, ha cominciato a cullare l’idea di usare l’argon in birrificio dopo un viaggio negli Stati Uniti. Da sempre amante delle birre “nitro”, si è lasciato incuriosire da alcuni esperimenti che gli homebrewer americani avevano effettuato proprio con l’argon. Da qui il tentativo di impiegare il gas in birrificio. I primi test hanno fornito risultati incoraggianti, tanto che Simone ha poi cominciato a ragionare sulla creazione di una birra ad hoc. Confrontandosi con alcuni colleghi, ha trovato in Giovanni Faenza di Ritual Lab un interlocutore interessato ed entusiasta, che lo ha affiancato nella realizzazione della birra. È nata così la E-45, la prima birra italiana con argon.

Il primato, tuttavia, non si limita solo all’Italia. Secondo le nostre ricerche e quelle dei due birrai, a livello mondiale non è mai stata prodotta commercialmente una birra saturata con argon per ottenere l’effetto “nitro”. Gli unici precedenti sono limitati al mondo dell’homebrewing americano, che, come spiegato, ha rappresentato la fonte d’ispirazione per la nascita della E-45 e del suo metodo di confezionamento.

Il futuro dell’argon nel settore birrario

Il primo lotto di E-45 ha dato risultati talmente convincenti che il birrificio Bajon ha già in programma nuove birre realizzate con questa tecnica. Le prospettive future sono molto interessanti, perché se è vero che l’azoto ha cambiato il modo di bere alcune birre, l’argon potrebbe cambiare il modo di servirle, semplificando la vita ai locali e riducendo le barriere d’ingresso per chi vuole sperimentare una spillatura nitro.

L’argon ha davvero le carte in regola per rivoluzionare il settore? Difficile capirlo al momento. Gli ostacoli sono sostanzialmente di ordine economico e di resa effettiva. L’argon è meno economico dell’azoto (per non parlare della CO₂) e obbliga a utilizzare fusti con sacca interna, più costosi di altre soluzioni. Il risultato poi è tutto da verificare: non sarà mai identico al servizio a carboazoto, quindi bisognerà capire quanto si discosta dal vero effetto “nitro”. Se però il risultato sarà simile, è possibile che i costi maggiori non rappresentino un problema insormontabile. Soprattutto considerando il risparmio che si ottiene evitando di installare una via a carboazoto.

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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1 commento

  1. boh…
    perchè allora non proporre birra carboazotata (concedetemi il termine) nei fusti con sacca?
    probabilmente non capisco qualcosa!

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