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Il dilemma Wetherspoon

International Real-Ale FestivalIn questi giorni i blog birrari del Regno Unito si stanno dividendo nel giudicare la principale manifestazione birraria del momento sul loro territorio: l’International Real-Ale Festival. L’evento vanta ben 50 Real Ale provenienti da tutta la Gran Bretagna e dall’estero, con diverse chicche tra prodotti pluripremiati e birre realizzate per l’occasione. Gli organizzatori lo definiscono “il più grande festival di Real Ale del mondo”. Motivo dell’appellativo? Semplice: il festival è ospitato dai quasi 700 pub di proprietà della Wetherspoon, disseminati su tutto il territorio inglese. Dietro al numero impressionante si nasconde una delle maggiori PubCo britanniche, catene di pub che stanno lentamente cambiando la scena birraria d’oltremanica, favorendo la scomparsa dei pub tradizionali.

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Il rischio di omologazione rappresentanto dalle PubCo è altissimo, basta gettare uno sguardo al sito della Wetherspoon per essere avvolti da un’atmosfera che ricorda più i McDonald’s che le classiche public house inglesi. Per chi ama le tradizioni britanniche e un certo modo di vivere la cultura birraria, ovviamente queste aziende sono un reale pericolo, anche quando cercano di mantenere alto il livello qualitativo delle birre commercializzate.

In questo senso è eloquente un recente post di Stonch, il quale riassume in modo lampante ciò che la Wetherspoon rappresenta per i suoi gusti:

La mia obiezione nei confronti di Wetherspoon va oltre gli aspetti soggettivi dell’esperienza personale. […] Siamo onesti: visitare uno di questi pub è uno scendere continuamente a compromessi. L’istante in cui varchi la porta d’ingresso di uno di questi locali deprimenti, finisci con l’accettare pessimo cibo, pessimo arredamento, pessima atmosfera… e per cosa? Buona birra? A volte. E’ abbastanza? Non per me.

Al momento la pubco sta ospitando un festival internazionale di real ale in tutte le proprie filiali. E’ proprio questa manifestazione che mi ha spinto a ragionare in tal senso. Ovviamente mi piacerebbe provare una IPA americana in cask brassata da un birraio californiano presso gli impianti della Shepherd Neame. Come anche assaggiare la porter giapponese, prodotta da Marston’s. […] Però alla fine ho deciso di non andare: non è sempre e soltanto un discorso di birra.

Ma chi non è particolarmente interessato al contesto in cui una birra viene bevuta, è evidente che l’International Real-Ale Festival rappresenta un evento da non perdere. E non solo per la qualità dei prodotti disponibili, come fa notare Pete Brown:

Un gruppo di appassionati recentemente mi ha detto di non considerare i locali Wetherspoon dei pub, ma dei supermercati: non hanno un gestore di proprietà, non c’è personalità dietro al bancone e nessuna caratteristica distintiva. Ok è vero, ma è un’obiezione che riguarda più l’arredamento che qualcosa riconducibile all’anima del pub.

Inoltre la Wetherspoon può vantare più locali insigniti del marchio Cask Marque di qualunque altra PubCo, hanno mediamente una discreta gamma di buone real ale e anche se non vengono servite sempre in ottime condizioni come nei migliori pub della nazione, sono comunque accettabili.

Brown esprime anche la propria soddisfazione per aver bevuto delle Real Ale straniere e aver incontrato Mitch Steele and Steve Wagner dell’americana Stone. Il festival per lui non è solo una rassegna di ottime birre nazionali, ma anche un’occasione per assaggiare prodotti rari e per conoscere birrai stranieri.

Insomma, l’opinione pubblica del settore è divisa tra chi apprezza l’evento birrario in quanto tale e chi va oltre, criticando ciò che una PubCo come la Wetherspoon rappresenta al di là della qualità dei prodotti offerti. In questo senso riporto un lucido commento al precedente post di Pete Brown:

Qualsiasi interazione con l’offerta di una PubCo è transitoria, quindi se sei un appassionato va bene, ma il problema è in ciò che dovrebbe distinguere l'”offerta” dall'”esperienza”. Culturalmente, noi non “usufruiamo” dei pub in questo modo.

Non basta proporre birre di qualità per alimentare la cultura birraria, anzi. E’ importante il contesto, l’atmosfera, la comunicazione. In una parola: consapevolezza. Consapevolezza di tutto il mondo e la storia che c’è dietro una pinta di Real Ale, o un bicchiere di birra artigianale più in generale. E’ una questione delicata, che in qualche modo possiamo trasportare anche alla nostra realtà. Difficile dire se sia più giusta la posizione di Stonch o quella di Brown, qui l’opinione del singolo conta moltissimo. Per quanto mi riguarda, io mi sento più vicino alla prima visione.

Per concludere, un ultimo commento alla manifestazione apparso sul blog di maeib, in cui l’autore sottolinea un curioso effetto collaterale della manifestazione:

Solitamente quando scriviamo sui nostri blog resoconti di festival o di birre che abbiamo provato, per quanto interessanti possano essere, i nostri lettori non sono in grado di condividere l’esperienza se non sono stati a quel festival o non hanno assaggiato quella particolare birra.

Tuttavia in questo caso, quasi tutti stiamo andando ai locali Wetherspoon per partecipare alla manifestazione. E’ fantastico leggere che un blogger del nord sta bevendo la stessa birra nello stesso giorno di un blogger del sud, ed entrambi ne stanno scrivendo. […] Perciò una cosa che il festival sta facendo è dare l’idea di ritrovarsi tutti nello stesso locale, condividendo la stessa esperienza.

A me questo concetto non fa impazzire, ma anche in questo caso entriamo nella sfera delle opinioni personali…

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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